Tema trasversale · fuori dal tempo

Vita di Rione

La grammatica dello spazio, il mercato, il cibo, la lingua, lo sport, il calendario delle feste, le associazioni che tengono il quartiere insieme. Non la storia della Bolognina, ma il suo modo di vivere: ciò che si fa ogni giorno, nei cortili e nei circoli, nelle trattorie e nelle palestre, sotto la Tettoia Nervi come dietro le serrande dipinte del Mercato Albani.

Il modo di vivere · una cultura materiale

La Bolognina non è solo una geografia, un'epoca, una composizione sociale. È un modo di vivere: una grammatica spaziale, un lessico, un calendario, una rete di luoghi dove ci si incontra per scelta e per abitudine. È nei cortili delle case ACER e dietro le serrande del Mercato Albani, è alla Trattoria di Via Serra dove arriva il pensionato accanto allo studente fuorisede, è sulle gradinate dell'Arena Puccini quando la luce scende sui tigli del Dopolavoro Ferroviario.

Le altre pagine raccontano chi la abita e come è arrivata fin qui. Questa racconta come ci si vive dentro: lo spazio, il mercato, il cibo, la lingua, l'associazionismo, lo sport, il calendario delle feste. Sono le cose che non fanno notizia perché funzionano — finché funzionano.

La Bolognina si studia leggendo i suoi documenti, ma la si capisce solo abitandola: vivendone i cortili, le trattorie, le palestre, i circoli, i mercati. Tutto quello che la storiografia non riesce a scrivere.

La grammatica dello spazio

Strade ortogonali, niente portici, cortili

La Bolognina è un quartiere di strada e di cortile. Le vie seguono la griglia ortogonale fissata dal Piano Regolatore del 1889: via Matteotti (già via Galliera) è l'asse principale che entra nel rione dal Ponte di Galliera; via Ferrarese è il corridoio industriale verso nord, ancora oggi il più riconoscibile per chi cerca la Chinatown; via dell'Arcoveggio e via di Corticella portano verso le periferie storiche. È una pianta razionale, illuminista, l'esatto contrario del centro storico medievale fatto di vicoli che si avvolgono attorno alle Due Torri.

I portici — onnipresenti nel resto di Bologna, dichiarati patrimonio UNESCO nel 2021 — sono qui quasi del tutto assenti. La Cooperativa Risanamento, quando alla fine dell'Ottocento mise mano al progetto della città operaia, scelse facciate piane per contenere i costi: meno colonne, meno strutture, più case nello stesso spazio. È una piccola scelta urbanistica con grandi conseguenze antropologiche — perché in Bolognina non si passeggia sotto i portici come si fa altrove. Si attraversa la strada e basta. Il marciapiede sostituisce lo spazio liminale del portico, e con esso si perde quel particolare ritmo bolognese del camminare protetti dalla pioggia o dal sole.

Ma quello che il rione ha rinunciato in superficie, lo ha recuperato dentro gli isolati. I cortili interni delle case popolari della Risanamento e poi delle ACER sono i veri polmoni sociali del quartiere: spazi protetti dove i bambini giocano, le donne stendevano (e in parte ancora stendono) il bucato, gli anziani siedono al fresco nelle sere d'estate. Sono i luoghi della grammatica sociale invisibile della Bolognina — dove la Bolognina Boxe organizza i camp estivi, dove Plat ha la sua sede a Corte 3 di via dall'Arca, dove ancora oggi i vicini si conoscono per nome e si parlano dal pianerottolo.

Il mercato · cuore vitale

Il Mercato Albani

Se piazza dell'Unità è il cuore politico della Bolognina, il Mercato Francesco Albani ne è il cuore vitale quotidiano. Fondato nel 1934 su via Albani, il mercato coperto è da quasi novant'anni il luogo dove il quartiere fa la spesa, si incontra, si vede. Iscritto nel registro dei mercati storici di Bologna nel 2015, è una struttura rettangolare che accoglie banchi di macelleria, pescheria, ortofrutta, latticini e specialità gastronomiche.

Nella sua storia il mercato ha rispecchiato fedelmente le trasformazioni del quartiere: dalla cucina operaia del dopoguerra — ragù, sfoglia, mortadella al taglio — ai prodotti di tutto il mondo portati dalle comunità immigrate. La riqualificazione avviata negli anni Dieci ha trasformato l'Albani anche in un polo di ristorazione e socialità serale, con box aperti fino a mezzanotte. È in questa stagione che il mercato ha smesso di essere solo un'infrastruttura di prossimità ed è diventato anche un luogo di cultura urbana: nel 2016, all'interno del Festival BAUM (Bolognina Arti Urbane in Movimento), trentasei artisti hanno dipinto le serrande del mercato dando vita al progetto «Il Cinno Selvaggio» — uno dei luoghi di street art più fotografati di Bologna.

Oggi sotto lo stesso tetto convivono il banco del macellaio di vecchia generazione e il cocktail bar di vini naturali, l'ortolano che parla solo bolognese e il banco dei prodotti subcontinentali: la Bolognina in miniatura, con i suoi attriti, le sue stratificazioni, la sua coesistenza non programmata. Il Mercato Albani è il luogo dove l'antropologia del quartiere è più visibile — perché lì la spesa è ancora un atto sociale, non solo un acquisto.

Il cibo del rione · una cucina di lavoro

Tra trattoria di quartiere, cucine del mondo e identità

La Bolognina ha sempre avuto un rapporto con il cibo diverso da quello del centro storico bolognese. Se Bologna la Grassa celebra tagliatelle al ragù e tortellini in brodo come patrimonio gastronomico universale, la Bolognina operaia ha costruito la propria identità su una cucina diversa, più modesta e più precisa: la crescentina con il lardo, la zuppa di fagioli, la tigella con i ciccioli, i fegatini in umido del lunedì. Una cucina povera e nutriente, che non celebrava l'abbondanza ma la sapeva trasformare in soddisfazione con pochi ingredienti — la cucina di chi sapeva quanto costava un pranzo e doveva farlo durare.

Le trattorie storiche del rione conservano ancora questo spirito. La Trattoria di Via Serra, in via Luigi Serra 9/b, ha un menu fisso scritto a mano sulla lavagnetta, la pasta rigorosamente fatta in casa, i tortellini in brodo che non hanno tradito mai la ricetta. È uno dei casi più curiosi della Bolognina contemporanea: la gestiscono Tommaso e Flavio, due montanari che per dieci anni avevano tenuto l'Osteria del Sole a Zocca sull'Appennino modenese, e che nel 2012 hanno scelto il quartiere più multiculturale di Bologna per fare cucina emiliana autentica. Con loro è arrivata l'intera filiera: il caseificio di Rosola di Zocca con la Vacca Bianca Modenese, le farine biologiche, le carni rosse. Il risultato è diventato uno dei ristoranti più apprezzati della città, segnalato dalla Guida Michelin, con trentacinque posti e nessuna prenotazione via social. La clientela è mista: il pensionato che ci viene da quarant'anni accanto allo studente fuorisede che l'ha scoperta su Instagram. È questa coesistenza naturale e impossibile che definisce il cibo del rione — e c'è qualcosa di emblematico nel fatto che a conservarla siano stati due forestieri venuti dalla montagna.

Accanto alla cucina emiliana, in Bolognina prospera la panificazione contemporanea. Il Forno Brisa, fondato il 6 dicembre 2015 da Pasquale Polito e Davide Sarti — formati alla Scuola di Scienze Gastronomiche di Slow Food — ha il suo laboratorio principale in via Zampieri, in Bolognina, dal 2020. L'impasto è a lievito madre con grani di filiera autoprodotta in Abruzzo; la pizza in teglia porta l'impronta di Bonci ma è condita con ragù, friggione e ripieni di tortelli — «così i bolognesi ci hanno voluto bene da subito», dicono i fondatori. Lo spaccio dei «brutti ma buoni» — i pezzi usciti con imperfezioni estetiche, venduti a prezzi ridotti — ha costruito una clientela di prossimità fedelissima. Forno Brisa è oggi l'unico forno in Italia certificato sia Great Place to Work che B-Corp, e racconta meglio di mille analisi sociologiche cosa sia accaduto nel rione: l'innesto di una nuova borghesia gastronomica artigianale dentro un tessuto operaio.

E poi ci sono le cucine del mondo — la Pagoda, Hao Wei, l'Habesha, il Ristorante Adal, il Pars di Sohyla Arjmand, il Senafe di Meron e Saba che ha riportato la vita in via Nicolò dall'Arca, le rosticcerie bangla, le pasticcerie nordafricane, le botteghe di spezie. Le loro storie sono raccontate altrove, sulla pagina Crocevia. Qui basti dire una cosa: in nessun altro quartiere bolognese, percorrendo poche centinaia di metri, si attraversa un'antropologia del gusto così densa. Il Mercato Albani è il luogo dove questa stratificazione è più visibile — stessi tavoli, stesse sedie, odori che si mescolano. Un'antropologia del gusto che racconta la storia del quartiere senza bisogno di parole.

L'associazionismo che tiene

Una densità che non ha equivalenti

La Bolognina non ha mai aspettato che le istituzioni risolvessero i suoi problemi. Fin dalle cooperative di consumo ottocentesche, la cultura dell'autoorganizzazione ha plasmato il carattere del rione. Questa tradizione non è scomparsa con la fine del comunismo o con la trasformazione del PCI: si è trasformata, dando vita a un tessuto associativo tra i più densi d'Italia per un quartiere di queste dimensioni. Centri sociali, biblioteche di oggetti, mense popolari, sportelli antisfratto, archivi militanti, case di quartiere, hub culturali: a contare bene si fa fatica a stargli dietro.

Plat e Carracci Casa Comune — il sindacalismo metropolitano

Il presidio più rappresentativo della Bolognina contemporanea è probabilmente Plat — Piattaforma di Intervento Sociale, con sede a Corte 3 di via Nicolò dall'Arca 34/b, in un cortile delle case popolari ACER alle spalle della stazione. È nata a inizio 2022 dalla convergenza di soggetti molto diversi: il Laboratorio Crash, Si Cobas, Rent Strike Bologna, Bolognina Boxe e l'Assemblea per la Salute del Territorio. Non è un centro sociale nel senso tradizionale, non è un sindacato, non è un'associazione di volontariato. È qualcosa che i bolognini riconoscono con un termine preciso: presidio.

Lo sportello antisfratto è il cuore operativo. Plat organizza picchetti fisici contro gli sgomberi, si presenta alle porte degli appartamenti quando arriva l'ufficiale giudiziario, coordina la rete legale e umana che serve a tenere le persone in casa. Lo sportello migranti offre supporto legale gratuito — permessi di soggiorno, ricongiungimenti familiari, regolarizzazioni — a centinaia di persone ogni anno. Il CAF eroga servizi fiscali a chi non può permettersi un commercialista. Il sostegno alle lotte della logistica — magazzinieri, corrieri, facchini, molti dei quali vivono in Bolognina — è il versante sindacale di un progetto che si definisce «sindacalismo metropolitano»: non solo fabbrica, ma territorio. Plat è stata anche promotrice dell'occupazione dell'edificio pubblico abbandonato alle spalle della stazione oggi noto come Carracci Casa Comune, dove oltre cento persone vivono in un condominio autogestito.

Il Fondo Comini — il salotto del rione

In via Aristotile Fioravanti 68, con ingresso anche da via Battiferro, il Fondo Comini è la casa delle case del quartiere: un centro sociale municipale nato sull'eredità del vecchio Centro Sociale Anziani, oggi evoluto in punto di incontro per tutte le età e tutte le provenienze. Costituito formalmente il 4 aprile 1997 come Centro Sociale Ricreativo Culturale APS — ma esistente di fatto dal 1983 — è diventato dal 2020 Casa di Quartiere. Al suo interno convivono associazioni molto diverse: Bolognina Collettiva (attivismo politico), Fortitudo per il Sociale (l'anima solidale del basket bolognese), Civibo (cittadinanza attiva). Il parco attorno al centro — uno dei pochi spazi verdi di dimensioni decenti nella Bolognina — diventa d'estate il luogo degli appuntamenti culturali, politici e sportivi del quartiere. Le domeniche estive le Cucine Popolari friggono crescentine nel parco; il ping-pong pubblico è sempre occupato; il presidio volontario contrasta lo spaccio. È anche la sede delle assemblee «Bolognina come stai?», l'iniziativa civica nata nel 2024 che oggi tiene insieme cinquantasette realtà del rione.

Leila, le Cucine Popolari, I Love Bolognina

Leila — la Biblioteca degli Oggetti, fondata nel 2016 come associazione culturale, permette ai soci di prendere in prestito gratuitamente trapani, scale, macchine del pane, costumi, accessori da campeggio: centinaia di oggetti, decine di migliaia di prestiti l'anno, zero profitto. Il sentimento sociale che la anima è lo stesso della Biblioteca Casa di Khaoula e delle Cucine Popolari: la condivisione come pratica di vicinato prima ancora che come ideologia. Leila è oggi un modello replicato in decine di città italiane ed europee.

Le Cucine Popolari di via del Battiferro — fondate nel 2015 da Roberto Morgantini — offrono ogni giorno un pasto a chiunque ne abbia bisogno, con tavole apparecchiate e cucina di qualità. Non sono una mensa di carità: sono un pasto condiviso tra pari. Il modello si è diffuso in quattro sedi a Bologna e poi in tutta Italia, diventando un punto di riferimento del welfare di comunità.

Nel 2016 — nell'autunno della cancellazione dei murales di Blu — è nato anche I Love Bolognina, progetto promosso dalla giornalista Benedetta Cucci insieme al presidente del Quartiere Navile Daniele Ara. L'intuizione era semplice e potente: contrastare la narrazione esclusivamente negativa della Bolognina sui media — quasi sempre legata a spaccio e criminalità — attraverso un logo a forte valenza identitaria. Il cuore rosso con la scritta «I Love Bolognina», mutuato deliberatamente dall'iconografia pop di I Love New York, è diventato rapidamente un simbolo riconoscibile su magliette, spille, striscioni e vetrine. Riprendersi la narrazione di un quartiere è un atto politico concreto, più silenzioso ma non meno efficace di un picchetto antisfratto.

Ex Centrale — l'hub delle periferie

In via di Corticella 129, a pochi passi dalle Caserme Rosse, sorge uno degli esperimenti di rigenerazione urbana dal basso più coerenti della Bolognina contemporanea. L'edificio era la Centrale del Latte di Bologna: attiva fino agli anni Cinquanta, poi abbandonata per quasi settant'anni, di proprietà comunale. Nel giugno 2019 il Comune la mise a bando pubblico; ad aggiudicarsela fu il Laboratorio Crash!, esperienza politica e culturale attiva a Bologna da oltre quindici anni. Nacque così Ex Centrale, definito dai suoi promotori «hub delle periferie»: concerti, boxe popolare, laboratorio di serigrafia, sala prove autogestita, mercato contadino, sportelli di ascolto. L'Archivio Via Avesella — ospitato negli spazi di Ex Centrale — raccoglie decenni di materiali dei movimenti sociali bolognesi: manifesti, fanzine, volantini, fotografie. La prima assemblea di Plat si tenne proprio qui nel 2022. È l'archivio della memoria antagonista del quartiere, ad accesso libero e gratuito.

Lo sport popolare · una rete antica

Bocce, calcio, biciclette, boxe

Lo sport in Bolognina ha sempre avuto carattere popolare, di prossimità, di socialità. È nato attorno alle fabbriche e alle ferrovie, e in larga parte è rimasto lì: una rete di palestre, campi, dojo, ippodromi che ancora oggi tiene insieme l'identità del rione meglio di molti altri presidi.

Il DLF e l'Arena Puccini

Il 25 ottobre 1925, con Regio Decreto n. 1908, fu istituito il Dopolavoro Ferroviario (DLF), struttura interna alle Ferrovie dello Stato per il «sano e proficuo impiego» delle ore libere dei ferrovieri. Per la Bolognina — cuore della comunità ferroviaria bolognese — questo significò un parco ricreativo e sportivo in via Serlio, con campi da bocce, da calcio, da tennis. E, dal 1935, un teatro all'aperto stabile: il 7 agosto di quell'anno, con la rappresentazione di Madame Butterfly alla presenza di Antonio Puccini figlio del compositore, fu inaugurata l'Arena Puccini.

Nel dopoguerra l'Arena si trasformò in uno dei cinematografi all'aperto più frequentati d'Italia. Dal 2006 la programmazione è affidata alla Cineteca di Bologna: ogni estate, da giugno a settembre, decine di migliaia di persone si ritrovano a via Serlio per film d'autore, anteprime, incontri con registi e attori da tutto il mondo. È uno dei rari luoghi dove la Bolognina operaia e la Bolognina cosmopolita si ritrovano fianco a fianco. D'estate, verso le venti e trenta, quando la luce scende lenta sui tigli del parco e l'aria porta ancora il caldo del giorno, le sedie si riempiono in fretta — ragazzi con la birra, famiglie con bambini, anziani che conoscono ogni fila per memoria. Nel febbraio 2025 il Comune di Bologna ha approvato l'acquisizione dell'intero complesso DLF da FS Sistemi Urbani per 2,2 milioni di euro: l'investimento totale previsto è di undici milioni, di cui sei e mezzo destinati alla riqualificazione dell'asse monumentale — restauro dell'Arena Puccini, della fontana e degli spazi aperti — con il primo stralcio finanziato dal PNRR.

Bolognina Boxe — lo sport come strumento sociale

Bolognina Boxe, guidata da Alessandro Danè, è una delle storie più belle della Bolognina contemporanea. Nata dal basso — dapprima all'interno della Palestra Popolare Gino Milli, al Circolo Arci Guernelli di via Gandusio — ha trovato la propria sede stabile in via Maserati 5 dopo un percorso travagliato tra spazi precari e trasferimenti. Non è una palestra di pugilato tradizionale: è uno spazio sociale che usa lo sport come strumento di inclusione, aggregazione e prevenzione del disagio giovanile. Chiunque può allenarsi, indipendentemente dalle condizioni economiche. Organizza eventi e camp estivi nei cortili delle case popolari ACER, in particolare nella Corte 3 di via dall'Arca — la stessa dove ha sede Plat. È in questi camp che si è formata Pamela Malvina, oggi campionessa europea di pugilato welter, di cui si racconta nella pagina Crocevia.

Le altre discipline · arti marziali, basket, rugby, ippica

La Dojo Equipe Bologna, in via Fioravanti, è una delle realtà sportive più radicate del rione — specializzata in judo, jujitsu e arti marziali giapponesi, presente da decenni come presidio di sport popolare. È stata tra i protagonisti dell'inaugurazione di Piazza Lucio Dalla nel 2022, con un'esibizione di judo sul tatami.

In via dell'Arcoveggio sorge la Palestra Porelli, sede storica di allenamento della Virtus Pallacanestro Bologna: costruita per il 110° anniversario della società, è intitolata a Gianluigi Porelli (1930–2009), dirigente Virtus dal 1969 e artefice principale dei successi bianconeri. Accanto, la Casa Virtus Alfasigma ospita gli atleti della prima squadra e gli uffici dirigenziali — un campus le cui pareti sono disseminate di V nere e griglie che simulano la retina del canestro.

Il rugby ha un legame profondo con l'Arcoveggio: il Bologna Rugby 1928 — con il più antico numero di affiliazione alla Federazione Italiana Rugby — vi ha giocato per decenni prima del trasferimento al Centro Sportivo Bonori (ex Dozza) di via Romita. Nel 2021 si è fuso con la Reno Rugby dando vita al Bologna Rugby Club. Al Bonori vive anche uno dei progetti più singolari dello sport bolognese: dal 2014 i detenuti della Casa Circondariale Rocco D'Amato giocano nel Giallo Dozza Bologna Rugby, squadra di serie C che disputa tutte le partite — anche quelle esterne — nel campo allestito all'interno del carcere.

Per finire, l'Ippodromo dell'Arcoveggio, in via Arcoveggio, era un polo di intrattenimento popolare fin dagli anni Trenta, con corse di cavalli che attiravano folle di scommettitori dalla città e dalla provincia. È sopravvissuto a quasi un secolo di trasformazioni urbane e rappresenta oggi un raro residuo della cultura del tempo libero operaio.

Il calendario · i ritmi del rione

Le feste come grammatica del tempo

Ogni comunità si riconosce nelle sue feste. La Bolognina aveva — e in parte conserva — un calendario festivo denso che scandiva l'anno con cadenze quasi religiose, sostituendo il calendario liturgico cattolico con quello laico del movimento operaio e dell'associazionismo popolare.

Il 1° maggio era il rito più importante: non una ricorrenza, una pratica. Il corteo dal quartiere verso il centro, con i gonfaloni delle sezioni, le bandiere rosse, le famiglie intere comprese le nonne e i bambini. Al ritorno, il pranzo alle tavole dei circoli con le tigelle e le crescentine, il lambrusco e i salumi del contado bolognese. Era la festa in cui il quartiere si riconosceva come quartiere — un'affermazione di esistenza collettiva che non aveva bisogno di giustificazioni ideologiche. Non è un caso che la Bolognina fosse il palcoscenico naturale di questo rito: fu proprio qui, il 1° maggio 1890, che si tenne uno dei primi comizi del lavoro in Italia, con circa mille scioperanti e Quirico Filopanti a parlare. Quella mattina di primavera e il corteo di mezzo secolo dopo condividevano la stessa grammatica — e la stessa ostinazione.

La Festa dell'Unità — che a Bologna era organizzata su una scala senza paragoni in Italia — portava ogni anno centinaia di migliaia di persone nei parchi attorno alla Bolognina. Quella del 1980, nelle settimane successive alla Strage della stazione, aveva un significato politico che andava oltre la raccolta fondi: era la risposta della città al terrorismo, la dimostrazione che la vita collettiva continuava. Enrico Berlinguer su quel palco, davanti a quella folla, è una delle immagini più potenti della storia del quartiere.

Il carnevale, la sagra delle crescentine di settembre, i mercatini natalizi in piazza dell'Unità: erano le feste di chi non aveva seconde case, non andava in montagna o al mare per le vacanze, ma costruiva il proprio tempo libero dentro il quartiere. Con l'arrivo delle comunità immigrate il calendario si è arricchito — il Capodanno cinese trasforma via Ferrarese in un'esplosione di rosso e oro, i mercati del Ramadan portano profumi di carne speziata e dolci nordafricani, le processioni cattoliche filippine attraversano le strade con una devozione che stupisce chi è cresciuto nel laicismo operaio del rione. È la stessa funzione antropologica — il rito che crea comunità — declinata in lingue diverse. Di queste nuove feste si parla in dettaglio nella pagina Crocevia; qui basti dire che il calendario rionale, nei suoi cento anni di vita, non si è mai svuotato.

La Bolognina aveva — e in parte conserva — un calendario festivo denso che scandiva l'anno con cadenze quasi religiose, sostituendo il calendario liturgico cattolico con quello laico del movimento operaio. Non è scomparso: si è arricchito.

Le storie del rione · luoghi e persone

Chi e cosa tiene insieme tutto questo

Cucine Popolari · welfare di comunità

Roberto Morgantini

1947 –

Bolognese, ex sindacalista CGIL e vicepresidente di Piazza Grande — storico presidio per i senza fissa dimora. Il suo progetto più noto nasce da un gesto spiazzante: nel 2015, dopo trentotto anni di convivenza, decide di sposarsi chiedendo agli invitati non regali ma donazioni. Con i sessantamila euro raccolti apre il 21 luglio di quell'anno la prima Cucina Popolare di via del Battiferro. Non una mensa: tavoli apparecchiati con piatti di ceramica, dove chiunque siede senza distinzioni. Il modello si è diffuso in quattro sedi a Bologna e poi in tutta Italia. Nel 2019 il Presidente Mattarella lo ha nominato Commendatore.

Trattoria di Via Serra · dal 2012

Tommaso e Flavio

Da Zocca, Appennino modenese, alla Bolognina

Due montanari che per dieci anni avevano tenuto l'Osteria del Sole a Zocca, sull'Appennino modenese. Nel 2012 hanno scelto il quartiere più multiculturale di Bologna per fare cucina emiliana autentica. Hanno aperto in via Luigi Serra 9/b una trattoria con il menu scritto a mano sulla lavagnetta, la pasta fatta in casa, i tortellini in brodo che non hanno mai tradito la ricetta. Con loro è arrivata l'intera filiera: il caseificio di Rosola di Zocca con la Vacca Bianca Modenese, le farine biologiche, le carni rosse. La trattoria — trentacinque posti, segnalata dalla Guida Michelin, nessuna prenotazione via social — è diventata uno dei ristoranti più apprezzati della città. È emblematico che a custodire la cucina del rione siano stati due forestieri venuti dalla montagna.

Forno Brisa · dal 2015

Pasquale Polito e Davide Sarti

Slow Food, lievito madre, B-Corp

Si sono formati alla Scuola di Scienze Gastronomiche di Slow Food — uno con un passato in geografia, l'altro nel videomaking. Il 6 dicembre 2015 hanno fondato il Forno Brisa; dal 2020 il laboratorio principale è in via Zampieri, in Bolognina, frutto di una campagna di equity crowdfunding che nel 2019 raccolse 1,2 milioni in tre giorni. L'impasto è a lievito madre con grani di filiera autoprodotta in Abruzzo; la pizza in teglia ha l'impronta di Bonci ma condita con ragù, friggione, ripieni di tortelli — «così i bolognesi ci hanno voluto bene da subito». Lo spaccio dei «brutti ma buoni» — pezzi con imperfezioni estetiche a prezzo ridotto — ha costruito una clientela fedelissima. Sono un raro caso italiano di forno certificato sia Great Place to Work che B-Corp: l'innesto della nuova borghesia artigianale nel tessuto operaio del rione.

Bolognina Boxe · sport come strumento sociale

Alessandro Danè

Via Maserati 5 · Bolognina

Guida la Bolognina Boxe, una delle storie più belle del rione contemporaneo. Nata dal basso — dalla Palestra Popolare Gino Milli al Circolo Arci Guernelli di via Gandusio — ha trovato sede stabile in via Maserati dopo un percorso travagliato tra spazi precari. Non una palestra di pugilato tradizionale: uno spazio sociale che usa lo sport come strumento di inclusione, aggregazione e prevenzione del disagio giovanile. Chiunque può allenarsi indipendentemente dalle condizioni economiche. Organizza camp estivi nei cortili delle case popolari ACER, nella Corte 3 di via dall'Arca — la stessa dove ha sede Plat. Da questi camp sono passate decine di ragazze e ragazzi, fra cui Pamela Malvina, oggi campionessa europea welter.

I Love Bolognina · riprendersi la narrazione

Benedetta Cucci

Giornalista · dal 2016

Giornalista bolognese profondamente radicata nel territorio. Nell'autunno del 2016 — mentre dall'altra parte del quartiere Blu cancellava i suoi murales — propose al presidente del Quartiere Navile Daniele Ara un'idea semplice: contrastare la narrazione esclusivamente negativa della Bolognina sui media, quasi sempre legata a spaccio e criminalità, attraverso un logo a forte valenza identitaria. Nacque così I Love Bolognina, con il cuore rosso mutuato dall'iconografia di I Love New York: rapidamente diventato un simbolo su magliette, spille, striscioni, vetrine. Attorno al progetto si sono aggregate decine di associazioni, commercianti, scuole, residenti. Nel 2019 il documentario «Per un quartiere doc» di Antonella Restelli è stato proiettato al cinema Galliera; nel 2021 è uscito il libro «I Love Bolognina. Storia di un'esperienza». Riprendersi la narrazione di un quartiere è un atto politico — meno rumoroso di un picchetto antisfratto, non meno efficace.

Virtus Pallacanestro · la palestra del rione

Gianluigi Porelli

1930 – 2009

Dirigente storico della Virtus Pallacanestro Bologna dal 1969, è considerato l'artefice principale dei successi bianconeri degli ultimi decenni del Novecento. Alla sua memoria è intitolata la Palestra Porelli di via dell'Arcoveggio — sede storica di allenamento della Virtus, costruita per il 110° anniversario della società su progetto dell'ingegner Alberto Villa. Accanto, la Casa Virtus Alfasigma ospita oggi gli atleti della prima squadra e gli uffici dirigenziali: un campus le cui pareti sono disseminate di V nere e griglie che simulano la retina del canestro. Porelli è il segno di quanto profondamente lo sport popolare bolognese affondi le radici nel rione: anche il basket di alto livello, in Bolognina, è di casa.