La lenta dissolvenza
Il decennio che va dalla Svolta del 1989 all'elezione di Guazzaloca nel 1999 è il più difficile da raccontare nella storia della Bolognina, perché è il decennio in cui tutto cambia senza che nessuno lo dichiari. Non c'è una data, non c'è un atto simbolico. C'è una lenta dissolvenza.
Le Casaralta, che avevano impiegato fino a 1.500 persone negli anni Sessanta, scendono a qualche centinaio. Le Minganti — chiuse già nel 1983 — vengono abitate dai graffiti prima che dall'investitore immobiliare. Le cooperative di consumo si fondono con strutture regionali e diventano supermercati anonimi. Le sezioni del PCI prima, del PDS poi, si svuotano nei pomeriggi feriali. In questo vuoto comincia a riempirsi di storie nuove: la comunità cinese cresce nell'area di Casaralta e di via Ferrarese, arrivano le prime famiglie marocchine e tunisine, gli studenti fuorisede scoprono che la Bolognina è a dieci minuti dall'università e costa metà del centro storico.
Il 1999 porta Giorgio Guazzaloca a palazzo d'Accursio. Per la Bolognina è un trauma simbolico di prima grandezza: la città che aveva votato PCI per cinquant'anni elegge un sindaco di centrodestra. Il quartiere risponde come ha sempre risposto alle sconfitte: con i locali aperti fino a tardi, con i murales nuovi sulle facciate, con i circoli che moltiplicano le iniziative. La resistenza culturale come forma di continuità politica.
Via Ferrarese · primi anni Novanta
Giorgio Guazzaloca
1944 – 2018
Primo sindaco di centrodestra di Bologna dal dopoguerra. Durante la sua amministrazione, paradossalmente, nacque l'XM24 nell'ex Mercato Ortofrutticolo di via Fioravanti: centro sociale autogestito che divenne il cuore della Bolognina alternativa. La sua elezione scosse profondamente un quartiere che aveva votato sinistra ininterrottamente dal 1945. La città tornò al centrosinistra nel 2004 con Sergio Cofferati.
Piazza Liber Paradisus
Per anni si è raccontato che la gentrificazione della Bolognina fosse cominciata nel 2013 con l'apertura dell'accesso all'Alta Velocità in via Carracci. È in parte vero — quell'apertura cambiò radicalmente la quantità e la composizione del flusso che attraversava il rione — ma l'innesco istituzionale era arrivato cinque anni prima. L'11 settembre 2008, in piazza Liber Paradisus, fu inaugurata la nuova sede del Comune di Bologna, progetto dell'architetto Mario Cucinella. L'edificio sorse in parte sulle ceneri del vecchio Link, storico club musicale: era già un segnale di quello che sarebbe arrivato dopo.
Quella inaugurazione portò traffico, visibilità e investimento in una zona fino ad allora marginale. Attorno alla nuova sede si sviluppò un ecosistema commerciale e culturale. La Bolognina, per la prima volta in cento anni, smetteva di essere «al di là della stazione» e diventava una destinazione.
Piazza Liber Paradisus · Mario Cucinella Architects · 2008
Il meccanismo della gentrificazione
Il sociologo Giovanni Semi ha descritto il processo bolognese come un «effetto domino»: i prezzi del centro storico schizzano alle stelle, le nuove classi medie non possono più comprarci casa e ripiegano sulla Bolognina, ben servita e a cinque minuti dal centro superato il Ponte Matteotti. L'arrivo di nuovi residenti con redditi più alti fa salire i prezzi nel rione, che a loro volta espellono verso la periferia i ceti meno abbienti.
Il quartiere operaio non si gentrifica perché è diventato bello: si gentrifica perché il centro è diventato inaccessibile, e i ceti medi cercano un compromesso. La Bolognina attraversa la stessa transizione che hanno vissuto prima di lei Prenzlauer Berg a Berlino, Williamsburg a New York, Peckham a Londra: da quartiere operaio a quartiere creativo, da quartiere creativo a quartiere gentrificato.
L'«incipiente Manchester» è diventata un'«incipiente Berlino» — ma con il rischio di diventare presto una Manhattan inaccessibile.
L'identità hipster come brand
I locali — Locomotiv Club, Freakout, Kinotto, il pub Barnaut — diventano il marchio della Bolognina post-industriale. I murales si trasformano in attrazioni turistiche, i mercatini vintage attirano clienti dal centro, l'Arena Puccini torna a riempirsi d'estate per il cinema all'aperto. È questa mescolanza — memoria operaia, immigrazione, cultura alternativa, studentato — a costruire l'identità che oggi viene venduta come «Bolognina style».
Cosa resta della tradizione di lotta
Contro questo processo si è sviluppata una resistenza organizzata, il cui epicentro fu l'XM24, fondato nel 2002 nell'ex Mercato Ortofrutticolo e sgomberato nell'agosto 2019 dal sindaco Merola. Per diciassette anni il centro sociale aveva costruito una delle esperienze più ricche dell'associazionismo del rione: scuola d'italiano per stranieri, ciclofficina, orti urbani, gallerie d'arte, mercato del contadino, laboratorio musicale.
Nel 2016 lo street artist Blu cancellò con vernice grigia i propri murales sulla facciata dell'XM24, contestando la museificazione dell'arte di strada e la gentrificazione del quartiere. Era un gesto inedito nella storia dell'arte urbana italiana: l'autore che distrugge la propria opera per impedire che venga usata come marchio del processo che la sta divorando. Lo sgombero del 2019, cavalcato mediaticamente da Salvini, chiuse un'era.
La tradizione di lotta non si è interrotta. Nel 2022 è nata Plat — Piattaforma di Intervento Sociale — in via Nicolò dall'Arca 34/b, dalla convergenza di Laboratorio Crash, Si Cobas, Rent Strike Bologna, Bolognina Boxe e Assemblea Salute del Territorio. Non è un centro sociale, non è un sindacato, non è un'associazione di volontariato: è quello che i bolognini chiamano un presidio. Sportello antisfratto con picchetti fisici, supporto legale ai migranti, CAF, sostegno ai lavoratori della logistica. È il modello del «sindacalismo metropolitano»: non solo fabbrica, ma territorio.
XM24 · via Fioravanti · i murales cancellati da Blu · 2016
Mercato Albani · via Albani
Più di un quarto è straniero
Gli stranieri residenti nella Bolognina superano un quarto della popolazione rionale — senza includere i residenti italiani non nati a Bologna, con i quali si arriverebbe ai due terzi del totale. Accanto alla comunità cinese — la più antica e visibile, con la Chinatown più riconoscibile d'Italia tra via Ferrarese e Casaralta — si sono insediate comunità sudamericane, africane subsahariane, nordafricane, sud-asiatiche, est-europee.
I sociologi la chiamano superdiversità. È una composizione demografica che non ha equivalenti in nessun altro quartiere bolognese, e che pone sfide di coesione sociale che l'identità operaia storica non aveva mai dovuto affrontare. Non c'è più un'ideologia unificante (il comunismo), né una condizione lavorativa condivisa (la fabbrica). Resta la vicinanza fisica: la prossimità dei corpi nello spazio urbano.
Quello che la Bolognina ha prodotto in trent'anni di immigrazione massiccia non è integrazione nel senso istituzionale — l'inclusione nelle strutture esistenti — ma una convivenza con attrito produttivo: le diverse comunità mantengono le proprie specificità costruendo al tempo stesso spazi condivisi. Il Mercato Albani è il luogo fisico più eloquente del processo: il macellaio italiano accanto al banco delle spezie bangladesi, il bar storico accanto alla gelateria gestita da una famiglia cinese. Non armonia da cartolina, ma negoziazione quotidiana — la forma più onesta di multiculturalismo.
Crack, zone rosse, alluvioni
Dal 2020 il quartiere vive un'emergenza nuova: la diffusione del crack nelle aree attorno alla stazione e lungo via Ferrarese. Più economico e devastante delle droghe precedenti, ha reso acuta la crisi del welfare urbano. Dall'ottobre 2024 la Prefettura ha istituito le «zone rosse»: aree in cui le persone già denunciate per spaccio, violenza o danneggiamento possono essere allontanate. Il perimetro copre la spina dorsale del rione — spalle della stazione, piazza dell'Unità, via Ferrarese, via Tiarini — e l'ordinanza è stata prorogata fino al marzo 2026.
Nell'estate 2025 il Comune ha avviato la distribuzione sperimentale di pipe sterili per consumatori, suscitando la dura opposizione del governo Meloni: si è scontrato il modello securitario con quello di riduzione del danno. I dati prefettizi indicano un calo del 18,9% dei reati tra settembre e ottobre 2025, ma i residenti segnalano uno spostamento del disagio nelle aree limitrofe. La risposta comunitaria — assemblee al Fondo Comini, coordinamento tra Plat, Casa del Mondo, Bolognina Boxe e l'associazione «Bolognina come stai?» nata a fine 2024 — ha cercato di costruire una sicurezza sociale alternativa: più servizi, più spazi aggregativi, più supporto.
Piazza dell'Unità · cantiere del tram · 2025
5 gennaio 2026 · l'omicidio Ambrosio
Il 5 gennaio 2026, Alessandro Ambrosio, capotreno trentaquattrenne di Trenitalia, è stato accoltellato alle spalle nel parcheggio dipendenti della stazione e ucciso. L'aggressore — Marin Jelenic, croato senza fissa dimora con numerosi precedenti — è stato arrestato il giorno seguente a Desenzano del Garda. L'omicidio, apparentemente senza movente, in un'area riservata ai lavoratori ferroviari, ha scosso la città: centinaia di ferrovieri in divisa hanno presidiato la stazione il 7 gennaio, i sindacati hanno proclamato uno sciopero regionale di otto ore. Ha riacceso il dibattito sulla sicurezza con un'intensità che nessuna ordinanza prefettizia aveva saputo produrre.
Alluvione · maggio 2023
Alluvione · ottobre 2024
Zone rosse · 2024–2026
Le alluvioni del 2023 e del 2024
Il 16-17 maggio 2023 il Canale Navile esondò: via dell'Arcoveggio si allagò con quasi un metro d'acqua nelle abitazioni — un record dal 1982. Il 19 ottobre 2024 i volumi furono doppi rispetto all'anno precedente, aggravati dal cantiere del tram che aveva temporaneamente scoperchiato il Canale di Reno in via Riva di Reno. Plat coordinò centinaia di volontari, in entrambe le occasioni. «Qualcosa di storico — dichiarò uno degli animatori — che in termini di partecipazione trova precedenti in città solo nei giorni successivi alla Strage del 1980.»
Roberto Morgantini
1947 –
Ex sindacalista CGIL e vicepresidente di Piazza Grande, presidio storico per i senza fissa dimora. Il suo progetto più noto nasce da un gesto spiazzante: nel 2015, dopo trentotto anni di convivenza con la compagna Elvira, decide di sposarsi chiedendo agli invitati non regali ma donazioni. Con 60.000 euro raccolti apre il 21 luglio 2015 la prima Cucina Popolare in via del Battiferro. Non una mensa di carità: tavoli apparecchiati con piatti di ceramica, dove chiunque siede senza distinzioni. Il modello si è diffuso in quattro sedi a Bologna e poi in tutta Italia.