Era II

La fondazione operaia

1889 — 1944

Un piano regolatore inventa il quartiere a tavolino e lo destina agli operai. In trent'anni le fabbriche e la ferrovia ne fanno la ragion d'essere — poi il fascismo, le bombe del 1944 e la Resistenza che si nasconde nei cortili.

Il Piano Regolatore del 1889

Il Piano Regolatore e di Ampliamento del 4 febbraio 1889 è l'atto di nascita ufficiale della Bolognina. Prevedeva l'abbattimento delle antiche mura trecentesche e l'espansione della città su tre fronti; la zona nord, contigua alla stazione, era destinata a diventare il quartiere operaio per eccellenza. Non era una decisione casuale: era una scelta politica deliberata di separazione degli spazi urbani per classe sociale.

L'obiettivo dichiarato era la creazione di «quartieri operai» a maglie ortogonali, con strade larghe e vaste piazze, «in grado di fornire tutta l'abbondanza di luce e arieggiamento che l'igiene prescrive». Ispirato ai piani haussmanniani parigini ma adattato alla realtà bolognese, il piano era ordinato secondo gli assi già riqualificati tra il 1860 e il 1865. Sulla sponda opposta, verso la collina, cresceva intanto il Costa-Saragozza, borghese e residenziale: l'altra faccia della stessa medaglia urbanistica.

La mappa della città operaia

La Bolognina non nacque per accumulazione spontanea: nacque per progetto. Fabbriche, abitazioni e spazi pubblici erano deliberatamente concentrati nella stessa area, a distanza pedonale l'uno dall'altro. Il lavoratore usciva di casa, percorreva poche centinaia di metri e arrivava ai cancelli; i bambini crescevano nel raggio di vista dei genitori.

Il fulcro era Piazza dell'Unità, in cima a via Matteotti, a circa seicento metri dal Ponte di Galliera: attorno gravitavano la sezione del PCI, il circolo Arci, i bar dove si discuteva di politica e di calcio. L'asse principale era via Matteotti, bordato dai caseggiati della Cooperativa Risanamento con le facciate giallo ocra. Più a nord, verso Casaralta, la densità abitativa cedeva il passo ai capannoni: via Ferrarese era l'asse industriale per eccellenza.

Pianta icnografica del territorio urbano di Bologna, 1899

Piano Regolatore 1889 · zona operaia a nord della stazioneUfficio di edilità ed arte · Sauer & Barigazzi · 1899 · Biblioteca comunale dell'Archiginnasio

Il confine tra lavoro e vita non era geografico: era solo il suono della sirena alle sei del mattino.

Dipinto del rione Bolognina, Cooperativa Risanamento

Cooperativa Risanamento · via Arcoveggio · inizio XX sec.MGiordani · 2023

La Cooperativa Risanamento e le case popolari

Una dignità per chi lavora

Tra il 1887 e il primo decennio del Novecento, la Cooperativa Risanamento realizzò centinaia di alloggi popolari a nord della stazione. I suoi edifici sono ancora oggi riconoscibili: facciate giallo ocra, arancioni o rosse, in sobrio stile neorinascimentale, raramente oltre i tre o quattro piani, con corti interne e servizi comuni. La scelta non era solo estetica: affermava che anche le abitazioni operaie meritavano una dignità architettonica, che il lavoro aveva una sua bellezza.

Dal 1906 entrò in scena anche l'Istituto per le Case Popolari (ICP), che dal 1908 costruì i primi edifici di quattro piani, circa quaranta metri quadri ad appartamento, con cucina, camera e piccolo locale igienico. Entro il 1911 l'ICP aveva realizzato 647 appartamenti per 1.781 abitanti, con una spesa di quasi due milioni di lire.

Chi si insediava non era una massa omogenea: operai dell'industria ferroviaria, contadini espulsi dalle campagne, famiglie sfrattate dal centro dai lavori di via Indipendenza, piccoli artigiani attratti dalla stazione. Il quartiere assorbiva i margini della città — e li trasformava in un tessuto sociale coeso, orientato dalla fabbrica e dalla cultura operaia.

L'intellettuale che scende in strada

Quirico Filopanti

1812 – 1894

Scienziato, matematico e agitatore politico — vero nome Giuseppe Barilli, nato a Budrio. Partecipò alla Repubblica Romana del 1849 e visse l'esilio in America e a Londra, tornando a Bologna solo nel 1859. Fu tra i soci fondatori della Cooperativa Risanamento (1884) e presidente della Società Operaia dal 1863. Tenne il discorso al primo comizio del 1° maggio 1890 in Bolognina, davanti a circa mille scioperanti. Incarna un tipo bolognese raro: l'intellettuale che scende in strada.

Cortile interno di un caseggiato operaio · Bolognina · inizio '900 Archivio fotografico · Bologna

Cortile interno · caseggiato operaio · inizio '900

Le grandi fabbriche

Casaralta, Minganti, la Manifattura

Lungo via Ferrarese sorgevano le officine che hanno fatto il rione. Le Officine Casaralta, a un chilometro e mezzo a nord della stazione, nacquero per stratificazione: dall'impresa ferroviaria dei Nobili (1849), passata alle Reggiane nel 1906, alla SIGMA bellica della Grande Guerra, fino al 1919, quando Carlo Regazzoni rilevò capannoni, attrezzature e manodopera e fondò le Casaralta sul motto «cento piccoli ordini valgono più di una grande commessa». Specializzate in materiale ferroviario, chiusero nel 2001; il sito fu demolito a partire dal 29 maggio 2025.

Le Officine Minganti, tra via Ferrarese e via della Liberazione, le fondò nel 1919 Giuseppe Minganti, figlio di un operaio meccanico, partendo da uno stanzone vicino al canale di Reno. All'Esposizione di Parigi del 1928 presentò il primo tornio a comando idraulico con brevetto internazionale. Quando nel 1943 i tedeschi tentarono di requisirne i macchinari, Minganti ottenne di trasferire tutto — macchine e tecnici — a Palazzolo sull'Oglio; alla Liberazione una delegazione di operai salì in treno in Lombardia per convincere i Minganti a tornare, e lo stabilimento fu ricostruito dagli operai con le proprie mani.

Officine Minganti · via Ferrarese · anni '50 Archivio Minganti · Bologna

Officine Minganti · via Ferrarese · anni '50

Prima donna Cavaliere del Lavoro d'Italia

Gilberta Gabrielli Minganti

1897 – 1970

Prese le redini delle Officine Minganti alla morte improvvisa del marito, nel 1947, in un'epoca in cui nessuna donna guidava una grande impresa meccanica italiana. Sotto di lei la Minganti crebbe fino ai mercati mondiali: una macchina uscita da via Ferrarese contribuì a costruire un componente dello Sputnik che nel 1957 portò in orbita la cagnetta Laika. Il 2 giugno 1964 fu la prima donna in Italia a ricevere il titolo di Cavaliere del Lavoro. La stessa imprenditrice che aveva portato il nome Minganti nel mondo ordinò, nell'aprile 1954, i 170 licenziamenti politici che colpirono i delegati sindacali del rione. La Bolognina la ricorda in entrambi i modi.

La Manifattura Tabacchi aveva una storia ancora più antica. La nuova Manifattura, in via Stalingrado, fu ultimata nel 1952 su progetto di Pier Luigi Nervi: cinque capannoni con coperture a volta per lo stoccaggio del tabacco e un edificio principale di duecentodieci metri su cinque piani con solaio a nervature. Chiuse nel 2004; è oggi sede del Tecnopolo e ospita il supercomputer Leonardo.

Casaralta, Minganti e Manifattura non erano sole: attorno a loro crebbe un intero ecosistema — Cevolani, SASIB, ACMA, Giordani, Bonfiglioli — che dalla Bolognina avrebbe generato la Packaging Valley, Bologna capitale mondiale delle macchine automatiche per il confezionamento. A ognuna di queste fabbriche dedicheremo un approfondimento nella sezione I luoghi del lavoro.
Via Ferrarese, Bologna, anni 1950

«Al Vapuren dla Piv» · tranvia Bologna–Malalbergo · dal 1891Archivio cartoline Fausto Malpensa · anni 1950

La ferrovia, ragion d'essere del rione

La stazione come confine e motore

La stazione di Bologna non era semplicemente un'infrastruttura: era la ragion d'essere del quartiere. Collocata fuori dalle mura settentrionali, aveva attratto industrie meccaniche di manutenzione ferroviaria, che chiedevano manodopera, che chiedeva case — e così la Bolognina era nata. Era al tempo stesso confine fisico col centro borghese, metafora della divisione in classi e generatore di lavoro.

Per chi abitava il rione, la stazione era anche il luogo dove il mondo arrivava: i migranti meridionali con le valigie di cartone negli anni Cinquanta, gli studenti negli anni Settanta, i richiedenti asilo negli anni Duemila. Ogni ondata che ha ridisegnato il quartiere è entrata di lì, attraversando il Ponte di Galliera.

Il «Vapuren dla Piv»

Dal 19 maggio 1891 la tranvia a vapore Bologna-Malalbergo — affettuosamente Al Vapuren dla Piv, il vaporino di Pieve — collegava il capoluogo ai comuni della pianura nord. Era una linea mista: la stessa locomotiva che portava i contadini al mercato riportava indietro le merci lavorate. Trentasette chilometri totali, capolinea alla Stazione di Porta Galliera in via Matteotti — edificio che esiste ancora e ospita la Collezione Storica dei veicoli dell'ex ATC. La linea per Malalbergo chiuse il 1° dicembre 1957, sostituita da autobus; sul vecchio sedime corre oggi una ciclovia.

Il ritorno del ferro. Con l'approvazione, nel 2023, della nuova rete tramviaria, il rione tornerà a essere servito su rotaia: la Linea Rossa prevede fermate in via Matteotti, piazza dell'Unità e via Ferrarese — un secolo dopo il vaporino. Ne parliamo nell'Era IV.
Fascismo, guerra, bombe · 1922–1944

La Bolognina sotto le bombe

L'ascesa del fascismo pose la Bolognina in una posizione di frontiera politica: il quartiere operaio, con la sua tradizione socialista, era territorio nemico per il regime. La penetrazione attraverso il Dopolavoro e le sezioni del PNF non scalfì davvero la resistenza culturale dei lavoratori, rimasta integra sotto la superficie della conformità obbligata.

Bologna dopo il bombardamento del 12 ottobre 1944, fotografia aerea USAAF

Bologna dopo il bombardamento del 12 ottobre 1944 · fotografia aerea USAAF

Bologna subì 94 incursioni aeree, delle quali 32 con bombardieri pesanti: situata nelle retrovie della Linea Gotica, era un obiettivo strategico per i suoi scali ferroviari, e la Bolognina pagò un prezzo altissimo. Il 24 agosto 1944 settantasei bombardieri della RAF sganciarono 190 tonnellate di bombe sullo scalo: quarantotto edifici distrutti nel rione. Il 1° settembre toccò all'Arcoveggio, con le prime «cookies» da 1.800 chili. Il 12 ottobre 1944 fu il bombardamento più pesante d'Italia dopo Montecassino: circa milleduecento aerei statunitensi in cinque ondate, tra le 9:30 e le 13:20, su Casaralta, Corticella e Borgo Panigale.

Su 13.400 abitazioni esistenti prima della guerra, a Bologna il 9,7% fu distrutto e l'11,9% semidistrutto; le zone più colpite furono proprio quelle lungo la ferrovia. A guerra finita, oltre 120.000 dei 318.000 abitanti risultavano sfollati. La Bolognina, già operaia e già povera, fece i conti con una distruzione che colpiva prima di tutto chi meno aveva.

Macerie nel rione dopo il bombardamento · via Ferrarese · ottobre 1944 Archivio storico comunale · Bologna

Via Ferrarese dopo il bombardamento · ottobre 1944

Le Caserme Rosse: il lager dimenticato

In via di Corticella 147 — tecnicamente fuori dai confini della Bolognina, ma intrecciate con la sua memoria — le Caserme Rosse, nate come scuola militare, furono trasformate il 9 settembre 1943, il giorno dopo l'armistizio, in campo di concentramento e smistamento nazista. Furono il lager di Bologna: nel solo periodo da maggio a ottobre 1944 vi transitarono non meno di trentacinquemila prigionieri. Tra i primi internati, circa duemila carabinieri che si erano rifiutati di partecipare al rastrellamento del Ghetto di Roma dell'ottobre 1943. Il 12 ottobre 1944 — lo stesso giorno del grande bombardamento — il 450th Bomb Group statunitense sganciò settecentocinquanta bombe a frammentazione sul campo, ancora attivo, distruggendolo quasi del tutto. Oggi l'area è un parco pubblico; l'unico edificio superstite ospita associazioni e un circolo Arci.

La Resistenza · 7 e 15 novembre 1944

La lotta che attraversa i cortili

Nella Resistenza bolognese il rione occupa un posto di primo piano non per grandiosità di battaglie, ma per la densità dell'organizzazione clandestina: le fabbriche erano luoghi di reclutamento, i circoli coprivano le riunioni dei GAP (Gruppi di Azione Patriottica), le abitazioni erano rifugi e depositi. La 7ª GAP aveva qui alcune delle sue basi più affidabili.

Il 7 novembre 1944, dopo la Battaglia di Porta Lame, una trentina di combattenti ruppe l'accerchiamento e raggiunse la Bolognina, rifugiandosi in uno stabile semidiroccato all'incrocio tra piazza dell'Unità e via Tibaldi. Il 15 novembre le SS e la GNR localizzarono il rifugio: nella Battaglia della Bolognina caddero quattro partigiani. I sopravvissuti si sganciarono attraverso i cortili e le cantine — la topografia operaia, fatta di isolati con corti interne comunicanti, fu un vantaggio tattico decisivo.

Il 26 maggio 2026 è scomparso Renato Romagnoli, nome di battaglia «Italiano», ultimo sopravvissuto della Battaglia di Porta Lame. Con lui si chiude l'ultimo filo diretto con quella giornata del 7 novembre 1944.

I cortili interni comunicanti della Bolognina · la topografia della Resistenza © Federico Brogno · Cartoline dalla Bolognina · 2024–2026

I cortili operai · la geografia segreta della Resistenza · © Federico Brogno

Le donne della Resistenza

La Resistenza nella Bolognina non sarebbe stata possibile senza le donne. Le case operaie erano i nascondigli naturali; le armi sparivano nei doppi fondi delle credenze. Ma c'era anche un'organizzazione formale: i Gruppi di Difesa della Donna (GDD), nati nel novembre 1943 per iniziativa del PCI e degli altri partiti del CLN, raccoglievano fondi, portavano viveri e medicinali, organizzavano le manifestazioni — come quella del 3 marzo 1944, che portò circa mille donne a marciare verso il magazzino del sale.

Il Circolo Ca' de Fiori e la nascita del PCI

Il Circolo Ca' de Fiori era il circolo ricreativo dei ferrovieri della Bolognina, in via Corticella. La domenica mattina del 20 marzo 1921, in quelle stanze, si tenne il primo congresso provinciale del Partito Comunista d'Italia a Bologna. Che il PCI bolognese nascesse lì, non in una sede di partito ma in un circolo di lavoratori, dice qualcosa di essenziale su quella politica: radicata nella vita quotidiana del quartiere, non calata dall'alto.

La Liberazione raggiunse la Bolognina il 21 aprile 1945. Il quartiere la festeggiò con la stessa intensità con cui aveva tenuto la clandestinità: riunioni alla luce del giorno, bandiere rosse alle finestre, il ritorno degli esiliati.

Staffetta partigiana · Bolognina

Edera de Giovanni

Bolognina, anni Venti del Novecento

Staffetta partigiana radicata nel cuore della Bolognina, Edera de Giovanni incarna la Resistenza di prossimità: quella fatta di cortili operai, abitazioni popolari e reti di vicinato consolidate da decenni di vita di fabbrica. Il suo raggio d'azione coincideva quasi esattamente con i confini del rione — portava messaggi, nascondeva armi, offriva rifugio ai compagni in fuga — rendendola figura emblematica della Resistenza bolognina in senso stretto.

Medaglia d'Oro al Valor Militare

Irma Bandiera

Bologna, 1915 – 1944

Staffetta della 7ª Brigata GAP «Gianni Garibaldi», nome di battaglia «Mimma». Figlia di una famiglia borghese del Saragozza, scelse la Resistenza armata quando per le donne della sua classe era tutt'altro che scontato. Operava nell'area nord di Bologna e nella Bassa come corriere e trasportatrice di armi, attraversando i posti di blocco con una naturalezza che ingannò i tedeschi per mesi. Non li ingannò a Funo di Argelato, il 7 agosto 1944. Il capitano Tartarotti la torturò per una settimana cercando nomi, indirizzi, basi: non ne ottenne nessuno. Fu fucilata al Meloncello il 14 agosto 1944. «Prima fra le donne bolognesi a impugnare le armi per la lotta nel nome della libertà.»

Focus fotografico

I cortili interni comunicanti, le corti della Risanamento, i ballatoi: la stessa topografia che permise la fuga dei partigiani nel novembre 1944 è ancora leggibile oggi. Fotografare quelle corti significa fotografare la geografia segreta della Resistenza.