La Bolognina del dopoguerra non si capisce senza la guerra fredda. Il Piano Marshall, avviato nell'aprile 1948, fu esplicitamente condizionato alla sconfitta delle sinistre: alla vigilia delle elezioni del 18 aprile 1948, lo stesso Marshall avvertì che i finanziamenti si sarebbero interrotti in caso di vittoria del Fronte Popolare. La DC ottenne il 48,5%, il Fronte si fermò al 31%.
Cantieri di ricostruzione · Bolognina · 1945–1948
A Bologna, però, la sconfitta nazionale non spostò le fedeltà: il PCI continuò a dominare le urne con percentuali che sfioravano il 70% nella Bolognina. Il quartiere era uscito dalla guerra con qualcosa che le bombe non avevano colpito: una rete di solidarietà rodata nella clandestinità partigiana e nei Gruppi di Difesa della Donna, che sapeva già come organizzarsi.
Era un microcosmo quasi autosufficiente — la bottega, il circolo Arci, la sezione del PCI, la cooperativa edilizia, la scuola, il medico di base. Non un luogo dove si dormiva: un modo di stare al mondo, in cui lavoro, solidarietà e impegno politico erano inscindibili.
Giuseppe Dozza
1901 – 1974
Primo sindaco del CLN dopo la Liberazione, figlio di un fornaio del centro storico, aveva trascorso vent'anni in esilio antifascista tra Francia e URSS. Per la Bolognina costruì il welfare municipale del dopoguerra: asili nido, biblioteche di quartiere, centri civici. Lo chiamavano l'Umon — il signore, in bolognese — per statura fisica e morale.
I licenziati per rappresaglia
Il dopoguerra nella Bolognina non fu solo ricostruzione e feste dell'Unità. Mentre le sezioni del PCI crescevano, nelle fabbriche si combatteva una guerra silenziosa. Tra il 1947 e il 1966, a Bologna e provincia, circa 14.000 lavoratori furono processati e 8.300 licenziati per rappresaglia politico-sindacale; di questi, 3.800 erano metalmeccanici — il cuore produttivo del rione. L'articolo 18, che avrebbe garantito il reintegro, sarebbe arrivato solo nel 1970.
Il culmine fu alle Officine Minganti nell'aprile 1954: 170 operai licenziati, di cui 162 iscritti al PCI e gli altri al PSI, tutti attivisti sindacali. Le donne furono colpite in modo sproporzionato e a lungo invisibile: come ha ricostruito la storica Eloisa Betti, le stesse lavoratrici che avevano tenuto in piedi le fabbriche durante la guerra venivano cacciate per aver osato scioperare.
Corteo del 1° maggio · Bolognina · anni '50
La Bolognina che votava PCI al 70% era anche quella dei licenziati che sfilavano il 1° maggio con un cartello al collo.
Nel 1950 fu l'annus horribilis delle Casaralta: il 10 maggio il management annunciò la liquidazione e il licenziamento immediato dei settecento operai. La fabbrica venne occupata; Regazzoni rispose con la serrata. Per ottanta giorni i lavoratori resistettero dentro i cancelli, mentre ogni mattina i carabinieri usavano il calcio del fucile. La riapertura avvenne a personale ridotto: oltre quattrocento espulsi, i più politicizzati. Festa e repressione: due memorie che appartengono allo stesso quartiere, agli stessi cortili, alle stesse famiglie.
Nido Patini · via Saliceto · il primo asilo nido comunale d'Italia · 1969
L'ascensore sociale che funzionava
Il 9 aprile 1962 fu istituito il Quartiere Bolognina come circoscrizione autonoma; gli organi si insediarono il 5 giugno 1964. Per il rione, questa autonomia rafforzava il senso di comunità — fino al 25 marzo 1985, quando la riforma soppresse il quartiere e lo fece confluire nel Quartiere Navile (Bolognina, Lame, Corticella). Una perdita simbolica per molti bolognini.
In quegli anni la scuola era il principale strumento di mobilità sociale. I genitori che avevano lavorato alle Casaralta o alla Manifattura volevano per i figli il liceo, l'università, l'uscita dalla fabbrica. Il 9 novembre 1969, in via Saliceto, aprì il primo asilo nido comunale d'Italia, il Nido Patini — due anni prima della legge nazionale del 1971. Ma quello stesso investimento conteneva il seme della trasformazione: i figli laureati non tornavano operai e spesso lasciavano la Bolognina.
Stazione Centrale · Bologna · 2 agosto 1980 · 85 morti, oltre 200 feriti
La strage alla stazione
Il 2 agosto 1980, alle 10:25, una bomba esplose nella sala d'attesa di seconda classe della Stazione Centrale: 85 morti, oltre 200 feriti. Fu la strage più grave del dopoguerra italiano. Per la Bolognina, la stazione era il confine fisico e simbolico del quartiere, il luogo che dava senso alla sua vocazione industriale. La strage colpì la comunità rionale in modo diretto e ne consolidò la memoria antifascista. A questa ferita il rione dedicherà più tardi un luogo della memoria — il Museo per la Memoria di Ustica, di cui parliamo in Cultura e arte.
L'Autunno Caldo e la frattura
Nell'autunno 1969 le Officine Minganti furono uno dei teatri principali delle lotte operaie bolognesi. Tra il 1968 e il 1977 le commissioni interne strapparono accordi su cottimo, qualifiche, orari, condizioni ambientali: conquiste costruite vertenza per vertenza. Il frutto più duraturo fu lo Statuto dei Lavoratori — legge 300 del 20 maggio 1970 — che portò la Costituzione nelle fabbriche, dall'articolo 1 all'articolo 18.
Il Sessantotto bolognese ebbe due epicentri, l'Università e i quartieri operai, e la Bolognina fu il luogo dove l'alleanza studenti-operai si vedeva meglio: le trattorie di via Matteotti vedevano allo stesso tavolo universitari e tornitori delle Minganti. Ma il Settantasette fu uno spartiacque. Il PCI di Zangheri scelse di non comprenderlo: condannò le violenze e aiutò a militarizzare il convegno del movimento autonomo nel settembre 1977. Una parte della Bolognina — i più giovani, figli della generazione operaia — non glielo perdonò.
Assemblea operaia · Officine Minganti · Autunno Caldo 1969
La frattura tra il partito e la sua periferia più inquieta si aprì proprio allora: dodici anni prima che Occhetto la rendesse ufficiale.
Renato Zangheri
1925 – 2015
Storico, gestì l'emergenza delle proteste studentesche dopo l'uccisione di Francesco Lorusso, mantenendo la linea del PCI. Per la Bolognina: biblioteche di quartiere, centri anziani, nidi, trasporti agevolati. Austero e intellettuale in un quartiere di operai, lo chiamavano «il professore».
Officine Minganti dopo la chiusura · 1983
Quando tutto cambia senza dirlo
Gli anni Ottanta portarono il declino del modello su cui la Bolognina si era fondata. Le Casaralta chiusero reparti, le Minganti chiusero del tutto nel 1983: i loro muri furono abitati dai graffiti prima che dall'investitore immobiliare. Le cooperative di consumo si fusero in strutture regionali e divennero supermercati anonimi; le sezioni di partito si svuotavano nei pomeriggi feriali.
È in questo vuoto che il quartiere comincia a riempirsi di storie nuove: la comunità cinese cresce nell'area di Casaralta, arrivano le prime famiglie marocchine e tunisine, gli studenti fuorisede che scoprono la Bolognina a dieci minuti dall'università. Ed è in questo decennio che nasce la scena musicale alternativa che darà al rione la sua identità culturale per trent'anni. Quando, nel 1984, Enrico Berlinguer morì, in quartiere i bar abbassarono le saracinesche e le bandiere rosse uscirono dai cassetti.