Era III

La città rossa

1945 — 1989

La ricostruzione, l'apogeo della comunità operaia, il PCI che sfiora il 70%. Ma anche la guerra fredda dentro i cancelli e gli anni di piombo. Una parabola che si chiude in una sera di novembre, in una sala di quartiere.

La ricostruzione · 1945–1948

La Bolognina del dopoguerra non si capisce senza la guerra fredda. Il Piano Marshall, avviato nell'aprile 1948, fu esplicitamente condizionato alla sconfitta delle sinistre: alla vigilia delle elezioni del 18 aprile 1948, lo stesso Marshall avvertì che i finanziamenti si sarebbero interrotti in caso di vittoria del Fronte Popolare. La DC ottenne il 48,5%, il Fronte si fermò al 31%.

Ricostruzione della Bolognina · operai al lavoro sui cantieri del dopoguerra · 1945–1948 Archivio storico comunale · Bologna

Cantieri di ricostruzione · Bolognina · 1945–1948

A Bologna, però, la sconfitta nazionale non spostò le fedeltà: il PCI continuò a dominare le urne con percentuali che sfioravano il 70% nella Bolognina. Il quartiere era uscito dalla guerra con qualcosa che le bombe non avevano colpito: una rete di solidarietà rodata nella clandestinità partigiana e nei Gruppi di Difesa della Donna, che sapeva già come organizzarsi.

Era un microcosmo quasi autosufficiente — la bottega, il circolo Arci, la sezione del PCI, la cooperativa edilizia, la scuola, il medico di base. Non un luogo dove si dormiva: un modo di stare al mondo, in cui lavoro, solidarietà e impegno politico erano inscindibili.

Sindaco 1945–1966 · «l'Umon»

Giuseppe Dozza

1901 – 1974

Primo sindaco del CLN dopo la Liberazione, figlio di un fornaio del centro storico, aveva trascorso vent'anni in esilio antifascista tra Francia e URSS. Per la Bolognina costruì il welfare municipale del dopoguerra: asili nido, biblioteche di quartiere, centri civici. Lo chiamavano l'Umon — il signore, in bolognese — per statura fisica e morale.

La guerra fredda dentro le fabbriche

I licenziati per rappresaglia

Il dopoguerra nella Bolognina non fu solo ricostruzione e feste dell'Unità. Mentre le sezioni del PCI crescevano, nelle fabbriche si combatteva una guerra silenziosa. Tra il 1947 e il 1966, a Bologna e provincia, circa 14.000 lavoratori furono processati e 8.300 licenziati per rappresaglia politico-sindacale; di questi, 3.800 erano metalmeccanici — il cuore produttivo del rione. L'articolo 18, che avrebbe garantito il reintegro, sarebbe arrivato solo nel 1970.

Il culmine fu alle Officine Minganti nell'aprile 1954: 170 operai licenziati, di cui 162 iscritti al PCI e gli altri al PSI, tutti attivisti sindacali. Le donne furono colpite in modo sproporzionato e a lungo invisibile: come ha ricostruito la storica Eloisa Betti, le stesse lavoratrici che avevano tenuto in piedi le fabbriche durante la guerra venivano cacciate per aver osato scioperare.

Corteo del 1° maggio · Bolognina · anni '50 Archivio CGIL · Bologna

Corteo del 1° maggio · Bolognina · anni '50

La Bolognina che votava PCI al 70% era anche quella dei licenziati che sfilavano il 1° maggio con un cartello al collo.

Nel 1950 fu l'annus horribilis delle Casaralta: il 10 maggio il management annunciò la liquidazione e il licenziamento immediato dei settecento operai. La fabbrica venne occupata; Regazzoni rispose con la serrata. Per ottanta giorni i lavoratori resistettero dentro i cancelli, mentre ogni mattina i carabinieri usavano il calcio del fucile. La riapertura avvenne a personale ridotto: oltre quattrocento espulsi, i più politicizzati. Festa e repressione: due memorie che appartengono allo stesso quartiere, agli stessi cortili, alle stesse famiglie.

Nido Patini · via Saliceto · primo asilo nido comunale d'Italia · 1969 Archivio Comune di Bologna

Nido Patini · via Saliceto · il primo asilo nido comunale d'Italia · 1969

Il quartiere autonomo e la scuola

L'ascensore sociale che funzionava

Il 9 aprile 1962 fu istituito il Quartiere Bolognina come circoscrizione autonoma; gli organi si insediarono il 5 giugno 1964. Per il rione, questa autonomia rafforzava il senso di comunità — fino al 25 marzo 1985, quando la riforma soppresse il quartiere e lo fece confluire nel Quartiere Navile (Bolognina, Lame, Corticella). Una perdita simbolica per molti bolognini.

In quegli anni la scuola era il principale strumento di mobilità sociale. I genitori che avevano lavorato alle Casaralta o alla Manifattura volevano per i figli il liceo, l'università, l'uscita dalla fabbrica. Il 9 novembre 1969, in via Saliceto, aprì il primo asilo nido comunale d'Italia, il Nido Patini — due anni prima della legge nazionale del 1971. Ma quello stesso investimento conteneva il seme della trasformazione: i figli laureati non tornavano operai e spesso lasciavano la Bolognina.

La scuola che ha costruito l'industria. A un passo dal rione, in via Bassanelli, l'Istituto Aldini Valeriani (fondato nel 1844) formava i tecnici che le fabbriche assumevano: il modello della «scuola-officina». Era la catena della mobilità operaia — elementari, medie, diploma tecnico, assunzione nelle Officine. Approfondiremo le scuole del rione nella sezione Vita di rione.
Stazione Centrale di Bologna · 2 agosto 1980 · dopo la strage Archivio fotografico · Agenzia ANSA · 1980

Stazione Centrale · Bologna · 2 agosto 1980 · 85 morti, oltre 200 feriti

2 agosto 1980

La strage alla stazione

Il 2 agosto 1980, alle 10:25, una bomba esplose nella sala d'attesa di seconda classe della Stazione Centrale: 85 morti, oltre 200 feriti. Fu la strage più grave del dopoguerra italiano. Per la Bolognina, la stazione era il confine fisico e simbolico del quartiere, il luogo che dava senso alla sua vocazione industriale. La strage colpì la comunità rionale in modo diretto e ne consolidò la memoria antifascista. A questa ferita il rione dedicherà più tardi un luogo della memoria — il Museo per la Memoria di Ustica, di cui parliamo in Cultura e arte.

Gli anni di piombo · 1968–1977

L'Autunno Caldo e la frattura

Nell'autunno 1969 le Officine Minganti furono uno dei teatri principali delle lotte operaie bolognesi. Tra il 1968 e il 1977 le commissioni interne strapparono accordi su cottimo, qualifiche, orari, condizioni ambientali: conquiste costruite vertenza per vertenza. Il frutto più duraturo fu lo Statuto dei Lavoratori — legge 300 del 20 maggio 1970 — che portò la Costituzione nelle fabbriche, dall'articolo 1 all'articolo 18.

Il Sessantotto bolognese ebbe due epicentri, l'Università e i quartieri operai, e la Bolognina fu il luogo dove l'alleanza studenti-operai si vedeva meglio: le trattorie di via Matteotti vedevano allo stesso tavolo universitari e tornitori delle Minganti. Ma il Settantasette fu uno spartiacque. Il PCI di Zangheri scelse di non comprenderlo: condannò le violenze e aiutò a militarizzare il convegno del movimento autonomo nel settembre 1977. Una parte della Bolognina — i più giovani, figli della generazione operaia — non glielo perdonò.

Assemblea operaia · Officine Minganti · Autunno Caldo · 1969 Archivio FIOM-CGIL · Bologna

Assemblea operaia · Officine Minganti · Autunno Caldo 1969

La frattura tra il partito e la sua periferia più inquieta si aprì proprio allora: dodici anni prima che Occhetto la rendesse ufficiale.

Sindaco 1970–1983 · «il professore»

Renato Zangheri

1925 – 2015

Storico, gestì l'emergenza delle proteste studentesche dopo l'uccisione di Francesco Lorusso, mantenendo la linea del PCI. Per la Bolognina: biblioteche di quartiere, centri anziani, nidi, trasporti agevolati. Austero e intellettuale in un quartiere di operai, lo chiamavano «il professore».

Officine Minganti dopo la chiusura · capannoni abbandonati · 1983 Archivio fotografico · Bologna · anni '80

Officine Minganti dopo la chiusura · 1983

Gli anni Ottanta · la dissolvenza

Quando tutto cambia senza dirlo

Gli anni Ottanta portarono il declino del modello su cui la Bolognina si era fondata. Le Casaralta chiusero reparti, le Minganti chiusero del tutto nel 1983: i loro muri furono abitati dai graffiti prima che dall'investitore immobiliare. Le cooperative di consumo si fusero in strutture regionali e divennero supermercati anonimi; le sezioni di partito si svuotavano nei pomeriggi feriali.

È in questo vuoto che il quartiere comincia a riempirsi di storie nuove: la comunità cinese cresce nell'area di Casaralta, arrivano le prime famiglie marocchine e tunisine, gli studenti fuorisede che scoprono la Bolognina a dieci minuti dall'università. Ed è in questo decennio che nasce la scena musicale alternativa che darà al rione la sua identità culturale per trent'anni. Quando, nel 1984, Enrico Berlinguer morì, in quartiere i bar abbassarono le saracinesche e le bandiere rosse uscirono dai cassetti.

Domenica 12 novembre 1989
L'episodio che cambiò la politica italiana

La Svolta della Bolognina

Il 1989 è uno degli anni più densi del Novecento. Il 9 novembre cade il Muro di Berlino. In Italia il Partito Comunista — il più grande dell'Europa occidentale — attraversa una crisi profonda: alle europee è sceso al 27,6%, perdendo milioni di voti rispetto al picco del 1984. Achille Occhetto, segretario dall'88, cerca una via d'uscita.

La domenica mattina del 12 novembre, in una sala comunale di via Tibaldi 17, si tiene la commemorazione del 45° anniversario della Battaglia di Porta Lame. Un appuntamento di routine della memoria partigiana: una cinquantina di persone, due giornalisti. Occhetto si presenta a sorpresa, chiede la parola e parla per circa sette minuti. Quando un cronista gli chiede se le sue parole lascino presagire anche un cambiamento del nome del partito, risponde con la frase che entra nella storia:

«Lasciano presagire tutto.»

Achille Occhetto · via Tibaldi 17, 12 novembre 1989

Le conseguenze furono storiche. Il 20 novembre si aprì il Comitato Centrale a Roma; la maggioranza approvò la svolta, che portò alla nascita del Partito Democratico della Sinistra nel gennaio 1991. Solo l'Unità diede la notizia il giorno successivo, il 13 novembre. Ma perché la Bolognina? Occhetto scelse un quartiere operaio — fisicamente incarnato nella storia della classe lavoratrice e della Resistenza — per annunciare la fine dell'era comunista. Il luogo dove i partigiani avevano combattuto diventava il luogo dove il partito dei loro eredi si reinventava.

Non era un caso nemmeno la sala. Era quella stessa piazza dell'Unità dove, quarantacinque anni prima, la 7ª GAP si era rifugiata dopo Porta Lame. E all'epoca si parlava della Bolognina come di un'«incipiente Manchester»: il fatto che la fine del comunismo italiano sia stata annunciata proprio nel quartiere che la rivoluzione industriale aveva generato fu un atto carico di senso storico.

Segretario del PCI dal 1988

Achille Occhetto

n. 1936

Che scegliesse il quartiere operaio di Bologna — e non Roma, non le Botteghe Oscure — non fu un gesto casuale. Era un messaggio: la trasformazione del partito doveva venire dalla base, dai luoghi del lavoro, dalla storia reale e non solo dalla politica parlamentare. Il discorso di via Tibaldi 17, davanti a cinquanta persone, avviò il processo che portò alla nascita del PDS.

Cosa resta del luogo della Svolta

La sala di via Tibaldi 17 era, al momento della Svolta, la sede del Quartiere Navile. Già nel 2014, per il venticinquesimo anniversario, i giornalisti tornati sul posto trovarono al piano terra un parrucchiere cinese. La trasformazione era emblematica: il luogo dove era finita un'era della sinistra italiana ospitava una delle attività tipiche della comunità cinese che intanto aveva popolato il rione. Due storie italiane del Novecento — il comunismo operaio e la prima immigrazione cinese — si incrociavano nello stesso numero civico.

Non c'è alcuna targa, lì. La memoria della Svolta era affidata a una lapide in piazza dell'Unità, posta nel 2009 per il ventennale. Ma nel 2022 l'ANPI la sostituì con una dedicata ai soli partigiani caduti, cancellando ogni riferimento al 1989. La scelta divise: atto di equità storica per alcuni — la Resistenza non è proprietà di un partito — rimozione politica della memoria per altri. La memoria della Bolognina, come la Bolognina stessa, è ancora un campo di battaglia.

Focus fotografico

Via Tibaldi 17 oggi: una facciata anonima, un'attività commerciale al piano terra, nessuna targa. Fotografare l'assenza — il luogo dove è successo tutto e dove non si vede nulla — è forse il modo più onesto di raccontare la Svolta.