La Bolognina è multiculturale non per scelta ideologica, ma per geografia ferroviaria. Da quando esiste — dal 1889 — è il quartiere immediatamente a nord della stazione, e quindi il primo pezzo di Bologna che ogni nuovo arrivato vede. Per chi scendeva dal treno, attraversava il Ponte di Galliera e cercava casa, il rione era la prima opzione razionale: affitti bassi, posizione strategica, assenza di una classe media radicata che difendesse il territorio.
È così che ogni ondata migratoria che ha ridisegnato Bologna è entrata di lì. I contadini delle campagne emiliane espulsi dall'esubero di manodopera nell'Ottocento. Le famiglie sfrattate dal centro dai lavori di via Indipendenza. I meridionali con le valigie di cartone negli anni Cinquanta. I primi nuclei cinesi tra gli anni Trenta e Cinquanta. Gli studenti universitari fuorisede dagli anni Settanta. I marocchini, i tunisini, i bangladesi, gli eritrei, gli ucraini. I richiedenti asilo con i sacchi di plastica negli anni Duemila. La stazione è la cerniera; la Bolognina è dove ci si ferma.
Ogni ondata migratoria che ha ridisegnato il quartiere è entrata in Bolognina attraverso la stessa stazione. Scendendo dal treno, attraversando il Ponte di Galliera, cercando casa.
Dal Sud Italia al quartiere operaio
Negli anni Cinquanta, con la grande migrazione interna italiana, ondate di famiglie del Sud — Calabria, Sicilia, Basilicata — arrivarono nella Bolognina attratte dalle stesse fabbriche che cercavano manodopera: Casaralta, Minganti, Manifattura. Occuparono gli alloggi più precari, impararono il bolognese a scuola dei figli, portarono al quartiere sapori e dialetti nuovi prima ancora che arrivassero gli immigrati dall'estero.
Quella migrazione produsse la prima vera diversità interna del rione operaio: accanto alle famiglie bolognesi di lungo insediamento — operai delle ferrovie, edili, artigiani — si insediarono le famiglie meridionali, con i loro accenti, le loro reti parentali allargate, i loro santi patroni diversi. Non fu un'integrazione indolore. Ma la cornice ideologica del PCI e la condivisione della fabbrica come luogo di formazione finirono per fornire un'identità comune più forte delle differenze regionali. Negli anni Settanta i figli dei calabresi e quelli dei bolognesi militavano nelle stesse sezioni.
Via Ferrarese e oltre
I primi nuclei della comunità cinese a Bologna arrivarono già tra gli anni Trenta e Cinquanta, in piccoli gruppi familiari concentrati nell'area di Casaralta e di via Ferrarese. Erano commercianti ambulanti, ristoratori, artigiani. La Pagoda, storico ristorante in via Ferrarese aperto negli anni Settanta, è uno dei monumenti gastronomici di quella prima generazione: i ravioli al vapore, il maiale in agrodolce, la zuppa di wontons — piatti che dopo cinquant'anni hanno smesso di essere "etnici" e sono diventati semplicemente roba della Bolognina.
L'esplosione vera arrivò negli anni Novanta, nel vuoto demografico lasciato dalla deindustrializzazione. Mentre le sezioni del PCI si svuotavano nei pomeriggi feriali, le saracinesche dei negozi cinesi si alzavano una dopo l'altra lungo via Ferrarese. Oggi quell'asse e le sue traverse ospitano cucine che coprono le principali regioni della Cina: cantonese delle prime ondate, sichuanese con i peperoni intorpidenti, shanghainese con i baozi ripieni di brodo.
Il Capodanno cinese, ogni gennaio, trasforma via Ferrarese in un'esplosione di rosso e oro. Una delle attività cinesi più simboliche è il parrucchiere al piano terra di via Tibaldi 17: il luogo dove nel 1989 era stata annunciata la fine del comunismo italiano ospita oggi una delle attività più tipiche della comunità cinese. Due storie italiane del Novecento — il comunismo operaio e la prima immigrazione cinese — si incrociano nello stesso numero civico.
Non una Chinatown da cartolina
Non è una Chinatown per turisti: è una Chinatown vera, dove il menù spesso non ha traduzione italiana e l'unica garanzia di autenticità è la densità di tavoli occupati da clienti cinesi.
Negli anni Novanta, nel vuoto demografico della deindustrializzazione, mentre le sezioni del PCI si svuotavano, le saracinesche cinesi di via Ferrarese si alzavano una dopo l'altra. Il rione non aveva difeso il territorio come avrebbe fatto una classe media insediata: lo aveva lasciato cambiare. È quella disponibilità strutturale alla trasformazione che rende la Bolognina unica nel panorama bolognese.
Più di un quarto è straniero
Accanto alla comunità cinese — la più antica e visibile — si sono insediate comunità sudamericane, africane subsahariane, nordafricane, sud-asiatiche, est-europee. Una composizione demografica che non ha equivalenti in nessun altro quartiere bolognese. I sociologi la chiamano superdiversità: l'eterogeneità radicale di un territorio in cui non esistono più maggioranze etniche, linguistiche o religiose, ma una pluralità di comunità che convivono nello stesso spazio urbano.
Quello che la Bolognina ha prodotto in trent'anni di immigrazione massiccia non è integrazione nel senso istituzionale del termine — l'inclusione nelle strutture esistenti — ma qualcosa di più complesso: una convivenza in cui le diverse comunità mantengono le proprie specificità costruendo al tempo stesso spazi condivisi. Il Mercato Albani è il luogo fisico più eloquente di questo processo: il macellaio italiano di vecchia generazione accanto al banco delle spezie bangladesi, il bar storico dove si gioca a carte accanto alla gelateria gestita da una famiglia cinese.
Non è armonia da cartolina: è attrito produttivo, la forma più onesta di multiculturalismo — quella in cui le differenze non vengono negate ma negoziate ogni giorno nello spazio del quartiere.
Mappa di un quartiere plurale
Oltre alla comunità cinese — che ha cento anni di storia in Bolognina e una sua geografia riconoscibile — il rione è attraversato da altre tre grandi dorsali migratorie, ciascuna con una propria cronologia, una propria concentrazione spaziale, un proprio rapporto con il quartiere. Sono il Maghreb, la galassia sud-asiatica e l'Europa dell'Est: tre storie diverse che condividono lo stesso codice postale.
La comunità cinese · ristorazione, scuola, identità
Cento anni di insediamento hanno prodotto una rete fittissima di esercizi commerciali, ma soprattutto una geografia gastronomica che oggi è il volto più visibile della comunità nel rione. La Pagoda in via dell'Arcoveggio 2, attiva dagli anni Ottanta, è uno dei ristoranti cinesi più longevi della città — luogo della prima generazione, della cucina cantonese che ha educato Bologna al ravioli al vapore. Hao Wei in via Casoni 2, aperto nel 2017 nel cuore di Casaralta, ha portato in Bolognina la cucina cinese contemporanea e gourmet: due generazioni dello stesso percorso migratorio, due lingue diverse della stessa cultura.
Accanto alla ristorazione, una delle istituzioni più significative della maturità raggiunta dalla diaspora è la scuola di via Procaccini, gestita dall'Associazione culturale Boyue: vi vengono i bambini di seconda e terza generazione — nati e cresciuti in Italia — per apprendere a leggere e scrivere il mandarino e a non perdere il legame con la cultura dei genitori. È il segno di una comunità che non si limita a insediarsi, ma che si dà gli strumenti per tramandarsi. La rappresentanza istituzionale è oggi affidata all'Associazione Cinese in Emilia-Romagna, guidata da Cai Huanzhong — con sede nella zona Navile, riconosciuta dal Comune e ricevuta in Palazzo d'Accursio dal sindaco Lepore in occasione del Capodanno cinese, con il Consolato di Milano e l'illuminazione rossa di Palazzo Re Enzo.
Il Maghreb · le voci e i luoghi
I marocchini sono la migrazione più antica e radicata, dopo quella cinese. Negli anni Ottanta erano una manciata: nel 1986 risultavano iscritti all'anagrafe comunale appena dieci cittadini marocchini. Nel 1994, dopo la prima ondata, avevano superato i mille residenti e occupavano il primo posto tra le nazionalità straniere a Bologna — primato che hanno mantenuto fino al 2000. Oggi sono circa 3.240 in città e una delle comunità a maggiore visibilità nella Bolognina, accanto a una più piccola ma vivace presenza tunisina ed egiziana.
La loro storia bolognese ha un suo presidio civile nell'Associazione Sopra i Ponti, fondata nel 1995 da un gruppo di immigrati marocchini insieme a cittadini bolognesi: tiene da anni in Bolognina, in via A. Di Vincenzo 21/a presso la sede di Coalizione Civica, un corso di italiano per donne, e in via Albani 2 un corso di arabo lingua madre per bambini di famiglie arabofone. Un evento ormai radicato nella vita del rione è l'Iftar Street: la grande cena collettiva di Ramadan che dal 2023, sotto la Tettoia Nervi di piazza Lucio Dalla, riunisce duemila persone — musulmani e non — al tramonto, dopo otto edizioni iniziate in via Torleone. Organizzata dalla Comunità Islamica di Bologna con la presenza del sindaco e dell'arcivescovo Zuppi, è diventata uno dei momenti pubblici più riconoscibili della convivenza interreligiosa nella Bolognina.
La voce poetica della diaspora marocchina di Bologna oggi più ascoltata è quella di Wissal Houbabi — poeta, artista performativa e attivista, classe 1994, che fa del femminismo intersezionale, dell'hip hop e della cultura orale berbera la materia della sua scrittura. Pubblicata da Einaudi, curatrice di rassegne tra Le Serre dei Giardini Margherita e i musei cittadini, ha portato in Italia un linguaggio poetico che restituisce identità a una generazione cresciuta tra due lingue e due paesi. Sul piano istituzionale, la traiettoria più rappresentativa della maturità raggiunta dalla prima generazione maghrebina è quella di Fatima Jabkji — educatrice e mediatrice arabofona presso l'Opera Padre Marella, eletta consigliera nel Quartiere Navile: una figura che parla oggi sia la lingua delle comunità sia quella delle istituzioni del rione.
L'Asia meridionale · la più numerosa
Se si sommano Bangladesh, Pakistan, Filippine e Sri Lanka, la galassia sud-asiatica è oggi la presenza straniera complessivamente più numerosa a Bologna. Sono comunità arrivate per lo più tra gli anni Novanta e i primi Duemila, con percorsi molto diversi tra loro.
I bangladesi, oggi seconda nazionalità a Bologna con quasi 5.000 residenti, sono presenti in Bolognina con esercizi commerciali, ristoranti e botteghe alimentari — il banco delle spezie al Mercato Albani è una delle loro firme. Insieme ai pakistani — circa 4.200 in città, la cui prima zona di insediamento è proprio la Bolognina con quasi trecento residenti già al 2009 — costituiscono quelle che il Centro RiESco del Comune chiama «le comunità extraeuropee più numerose sul territorio bolognese». Sono migrazioni a netta prevalenza maschile, con un'imprenditoria diffusa — quasi la metà dei titolari d'impresa pakistani opera nel commercio.
I filippini di Bologna sono la terza nazionalità della città (circa 4.900 residenti) e una presenza molto particolare nel rione: non hanno un asse commerciale visibile come la via Ferrarese cinese o le botteghe bangla, ma sono diffusi nelle case del rione attraverso il lavoro domestico e di cura. La loro vita comunitaria religiosa non passa per la Bolognina: la messa domenicale filippina si tiene nella Basilica dei Santi Bartolomeo e Gaetano, in centro storico, sotto la cura del cappellano della Migrantes. Ma il punto di partenza e di ritorno quotidiano, per molti, è una casa del rione.
L'Europa dell'Est · la più dispersa
La Romania è la prima nazionalità straniera a Bologna, con oltre 10.000 residenti. La sua distribuzione nel rione è la più capillare delle tre: già al 2009 vivevano in Bolognina oltre settecento cittadini rumeni, con le concentrazioni maggiori lungo le aree dell'Arcoveggio e di via Ferrarese. È una migrazione tipologicamente diversa dalle altre — a leggera prevalenza femminile, età media molto bassa (poco sopra i trent'anni), con lavoro quasi sempre dipendente e una forte richiesta di profili nei servizi alla persona, nella ristorazione, nella logistica. Non ha una strada riconoscibile né una festa pubblica come il Capodanno cinese o il Ramadan; ha invece un'incidenza statistica diffusa.
Accanto ai rumeni, la rete est-europea del rione comprende le comunità moldava (8ª nazionalità a Bologna), ucraina (6ª, in forte crescita dopo il 24 febbraio 2022: l'invasione russa ha portato a Bologna oltre tremila profughi in pochi mesi, accolti in larga parte attraverso Caritas, Migrantes e la rete parrocchiale del quartiere; il punto di riferimento cittadino della comunità è Liubov Sandulovych, presidente dell'Associazione Italia-Ucraina di Bologna e curatrice del Museo Etnografico Ucraino, il primo nato in Italia) e albanese (9ª, una delle più anziane in termini di insediamento, con percorsi di integrazione spesso compiuti — la cui voce politica più riconoscibile a Bologna è quella di Detjon Begaj, nato a Valona nel 1991 e arrivato in Italia da ragazzo, oggi consigliere comunale e capogruppo di Coalizione Civica, il cui partito ha sede in via di Vincenzo 21/a, in Bolognina). Per le tre Chiese ortodosse — rumena, moldava, ucraina — la diocesi di Bologna mantiene relazioni stabili attraverso l'Ufficio Migrantes.
La dispersione, in questo caso, racconta molto. A differenza della comunità cinese o di quella maghrebina, l'Europa dell'Est in Bolognina non si manifesta come presenza visibile nello spazio del rione: non ha la sua via, non ha la sua festa, non ha i suoi locali aggregativi. È una presenza demografica significativa accompagnata da un'integrazione sociale ancora poco strutturata — un'infrastruttura diffusa che si vede solo se si guarda con attenzione. La badante che porta a passeggio l'anziano al parco del Fondo Comini. L'operaio della logistica che inizia il turno alle cinque. La studentessa rumena del Liceo Sabin che parla bolognese da sei anni e italiano da otto. È la migrazione del lavoro, dei servizi, della cittadinanza in corso — l'esatto contrario di quello che si vede dalle strade.
Tre dorsali, tre cronologie, tre geografie. Non un'unica comunità immigrata, ma una pluralità di traiettorie che si incrociano nello stesso quartiere — ed è questo che rende la Bolognina ciò che è.
Khaoula, Iqbal, le scuole, le biblioteche
La toponomastica scelta dal rione racconta meglio di qualunque indicatore statistico cosa la Bolognina abbia deciso di essere. La Biblioteca Casa di Khaoula in via Fioravanti porta il nome di una bambina marocchina di dodici anni morta nel 2001 tentando di raggiungere l'Europa: un atto di memoria politica che dice al quartiere chi è e da dove viene chi ci abita.
La scuola elementare Iqbal Masih è intitolata al bambino pakistano simbolo della lotta contro il lavoro minorile; è frequentata da bambini di oltre trenta nazionalità. Sono nomi che non commemorano eroi nazionali né personaggi istituzionali. Commemorano migranti morti. Entrano nella memoria collettiva del rione con la stessa dignità riservata altrove ai partigiani: è una scelta di campo.
Chi tiene insieme tutto questo
Kidane Gaber
Eritrea –
Musicista ed etnomusicologo eritreo-italiano, arrivato a Bologna negli anni Novanta durante l'esodo della guerra di indipendenza eritrea. Custode della tradizione del kirar — il liuto pentatonico del Corno d'Africa — ha tenuto concerti nei cortili delle case ACER della Bolognina, portando la musica del Horn of Africa nelle stesse corti dove decenni prima risuonava la fisarmonica operaia emiliana. Ha co-fondato il DiMondi Festival con Adjebadia, costruendo il palcoscenico più rappresentativo della Bolognina multiculturale.
Pamela Malvina
1993 –
Nata in Camerun, arrivata in Italia a otto anni, cresce nella Bolognina. Si allena con Bolognina Boxe nei cortili delle case ACER e diventa campionessa europea di pugilato nella categoria welter. Nella vita fa l'infermiera al Pronto Soccorso dell'Ospedale Maggiore di Bologna: non ha mai smesso. Il suo percorso — dal cortile popolare al titolo europeo senza lasciare il lavoro — è il simbolo più concreto di ciò che la Bolognina sa ancora produrre quando lo sport popolare incontra una comunità che funziona.
Sohyla Arjmand
1961 –
Iraniana, arrivata in Italia nel 1978, non è più tornata dopo la rivoluzione islamica. Laureata in Farmacia a Bologna, ha aperto il ristorante Pars in via Lianori — cucina persiana nel rione più multiculturale della città. Nel 2015 ha ritirato la cittadinanza onoraria per Nasrin Sotoudeh. Durante le proteste Donna Vita Libertà è stata punto di riferimento della comunità iraniana di Bologna. Mangiare al Pars è anche prendere posizione: lo sa lei e lo sa il quartiere.
La Pagoda
Via dell'Arcoveggio 2 · Bolognina
Uno dei più longevi ristoranti cinesi di Bologna, attivo da oltre quarant'anni. È il luogo che ha educato il rione — e una buona parte della città — ai ravioli al vapore, all'anatra cantonese, agli spaghetti di riso. La sua importanza non è solo gastronomica: è uno dei pochi esercizi della prima generazione cinese ad aver attraversato tutte le trasformazioni della Bolognina senza spostarsi mai, con clientela cinese e italiana fianco a fianco. Insieme al più recente Hao Wei in via Casoni 2, racconta le due generazioni della stessa diaspora: chi è arrivato per primo e chi è cresciuto qui.
Cai Huanzhong
Presidente · sede in zona Navile
È la voce istituzionale della comunità cinese metropolitana: presidente dell'Associazione Cinese in Emilia-Romagna, riconosciuto interlocutore del Comune di Bologna, ricevuto a Palazzo d'Accursio dal sindaco Lepore in occasione del Capodanno cinese — quando una delegazione della comunità cittadina è accolta nelle stanze istituzionali e Palazzo Re Enzo si illumina di rosso. Coordina i festeggiamenti pubblici della Festa di Primavera in piazza Maggiore, tiene il dialogo con il Consolato di Milano, e — nei momenti di crisi della comunità — mobilita la rete della solidarietà cinese d'Italia. È l'espressione più matura di una diaspora che ha attraversato la soglia dal commercio alla rappresentanza.
Fatima Jabkji
Educatrice professionale · Opera Padre Marella
Educatrice professionale e mediatrice interculturale, lavora da anni sulla protezione internazionale, la migrazione forzata e le vulnerabilità più fragili. È punto di riferimento per l'area legale dell'Opera Padre Marella e accesso privilegiato per i beneficiari di madrelingua araba. Tra Navile, Pescarola e Lame coordina interventi di sostegno alle donne straniere, tra cui il gruppo informale «Tutte le lingue del thè». Eletta consigliera nel Quartiere Navile, è referente della commissione «Scuola, cultura, nuove generazioni, parità e diritti»: una traiettoria che unisce competenza tecnica, militanza civica e radicamento territoriale.
Adjebadia, Casa del Mondo
In sessanta metri quadri di via Di Vincenzo — nel cuore dell'area più multiculturale della Bolognina — vive uno degli esperimenti di comunità più vivaci del Quartiere Navile. Nata attorno all'associazione Adjebadia — fondata da donne della Costa d'Avorio e progressivamente allargatasi ad altre nazionalità, a uomini e a bolognesi di ogni provenienza — la Casa del Mondo organizza corsi di lingua, doposcuola per i bambini del rione, laboratori artigianali, iniziative antirazziste e antisessiste.
Nel 2025 l'associazione ha vinto una battaglia importante: l'ACER, proprietaria dell'immobile, aveva avviato la procedura di sgombero. La mobilitazione della rete del quartiere — assemblee, sit-in, l'appoggio del Quartiere Navile — ha convinto l'ente a riconoscere il valore sociale del progetto e a rinnovare il contratto. È un esempio di come la resistenza comunitaria nella Bolognina funzioni: non violenta, paziente, radicata nella concretezza dei servizi offerti.
Tante feste, una stessa funzione
Per cinquant'anni il calendario festivo della Bolognina era stato denso ma omogeneo: il 1° maggio, le feste dell'Unità, il carnevale, la sagra delle crescentine, i mercatini natalizi in piazza dell'Unità. Era la festa di chi non aveva seconde case, non andava in montagna o al mare per le vacanze, ma costruiva il suo tempo libero dentro il quartiere.
Con l'arrivo delle comunità immigrate, quel calendario si è arricchito senza sostituirsi. Il Capodanno cinese trasforma via Ferrarese in rosso e oro. I mercati del Ramadan portano profumi di carne speziata e dolci nordafricani. Le processioni cattoliche filippine attraversano le strade con una devozione che stupisce chi è cresciuto nel laicismo operaio del rione. È la stessa funzione — il rito che crea comunità — declinata in lingue diverse.
Il DiMondi Festival, nato nel 2022 dall'asse tra Adjebadia, Casa del Mondo e le realtà migranti dell'area nord, ha portato questo principio in scala metropolitana: alcuni giorni d'estate in cui piazze e cortili della Bolognina diventano palchi a cielo aperto. La terza edizione, nell'estate 2024, ha raggiunto 150.000 presenze.
Quando la convivenza è messa alla prova
Sarebbe una rappresentazione ingenua tacere le tensioni. La diffusione del crack nelle aree attorno alla stazione, dai primi anni Venti, ha riaperto un dibattito che attraversa tutta la storia della Bolognina: cosa è legittimo fare per garantire sicurezza senza produrre esclusione. Le «zone rosse» istituite dalla Prefettura nell'autunno 2024 — perimetro che copre la spina dorsale del rione, prorogato più volte negli anni successivi — sono lo strumento più recente di una risposta securitaria che la storia del quartiere mostra avere effetti ambivalenti: nei primi mesi di applicazione i dati prefettizi hanno indicato cali significativi dei reati, ma i residenti hanno segnalato uno spostamento del disagio nelle aree limitrofe.
Su un altro versante, la risposta comunitaria — assemblee al Fondo Comini, coordinamento tra Plat, Casa del Mondo, Bolognina Boxe, l'associazione «Bolognina come stai?» nata a fine 2024 che coinvolge oggi 57 realtà del rione — costruisce una sicurezza sociale alternativa: più servizi, più spazi aggregativi, più supporto. Il dibattito tra modello securitario e modello comunitario è lo stesso di sempre — ma con attori nuovi, linguaggi nuovi, e sullo sfondo la trasformazione più rapida che la Bolognina abbia mai vissuto.
Quello che la Bolognina dimostra, alla prova dei fatti, è che la convivenza tiene non perché armoniosa, ma perché operativa: perché la rete di Adjebadia coordina i compiti dei bambini con le mediatrici culturali della scuola Iqbal Masih; perché Plat fa il picchetto antisfratto per famiglie italiane e marocchine senza distinzioni; perché al Mercato Albani il macellaio italiano e il banco bangladese hanno gli stessi orari e gli stessi clienti. Non è una formula. È una pratica quotidiana che, finché regge, regge.