La Bolognina non è il quartiere dei grandi teatri, dei musei monumentali o delle biblioteche storiche. Eppure è uno dei laboratori culturali più densi di Bologna. La sua cultura non si è sviluppata dall'alto, attraverso le grandi istituzioni borghesi, ma dal basso: dalle cantine di prova, dai circoli Arci, dagli atelier degli artisti, dalle redazioni di etichette indipendenti, dalle case e dagli appartamenti dei suoi residenti. È una cultura periferica nel senso geografico e politico del termine — ma proprio per questo capace di guardare al mondo con uno sguardo diverso da quello del centro.
Da qui sono usciti la prima etichetta punk italiana, uno dei collettivi di fumetto più importanti d'Europa, il primo grande festival di street art di Bologna, una memoria pubblica del terrorismo di Stato firmata da un artista internazionale. Qui hanno vissuto attori e cantanti che hanno fatto la storia dello spettacolo italiano. Questa pagina raccoglie quello che la Bolognina ha prodotto e quello che ha commemorato — la sua proiezione simbolica e artistica verso la città e il mondo.
Una cultura periferica nel senso geografico e politico del termine — capace per questo di guardare al mondo con uno sguardo diverso da quello del centro.
Due musei, due Novecento
Il Quartiere Navile ospita due musei di rilevanza nazionale, entrambi nati su edifici industriali dismessi — un dettaglio non casuale. Il Museo del Patrimonio Industriale, in via della Beverara 123, ha sede nella ex Fornace Galotti del Battiferro: una delle ultime fornaci da laterizio bolognesi, attiva fino al dopoguerra. Fondato nel 1982 a partire dalle collezioni dell'Istituto Aldini Valeriani — la scuola tecnica per operai meccanici fondata nel 1844 — raccoglie macchinari, documenti, prototipi dell'era industriale bolognese: la lavorazione della seta, la meccanica di precisione, le officine ferroviarie. È il museo della Bolognina che lavorava, raccontata dagli oggetti che produceva.
L'altro è il Museo per la Memoria di Ustica, inaugurato nel 2007 negli spazi dell'ex deposito tramviario della Zucca, in via di Saliceto — lo stesso che fu distrutto dai bombardamenti alleati del 1944 e ricostruito nel dopoguerra. È un museo dedicato alla strage del DC-9 Itavia, abbattuto il 27 giugno 1980 con ottantuno persone a bordo. Lo stesso anno della Strage della Stazione di Bologna. La sua presenza nella Bolognina non è casuale: colloca la memoria del terrorismo di Stato nel cuore del quartiere che aveva già vissuto in prima persona l'antifascismo e la Resistenza. La Bolognina diventa così luogo della memoria del Novecento italiano — tutto il Novecento, non solo quello glorioso.
Boltanski e le ottantuno luci
L'installazione permanente del Museo Ustica è opera di Christian Boltanski (Parigi, 1944–2021), uno dei più importanti artisti concettuali del dopoguerra, noto in tutto il mondo per i lavori sulla memoria collettiva, sull'assenza, sulla perdita. Boltanski ha lavorato a stretto contatto con l'associazione dei familiari delle vittime per progettare lo spazio. Non un museo tradizionale, ma un rituale laico del ricordo. Al centro c'è la ricostruzione dei resti dell'aereo. Attorno, ottantuno luci e ottantuno specchi neri in una danza ipnotica tra luce e riflessione; ottantuno casse distribuite nello spazio custodiscono gli oggetti personali delle vittime. Da una di esse, in modo casuale, una voce sussurra a intervalli irregolari frammenti delle vite spezzate: domande, pensieri, parole di chi non c'è più. È uno degli interventi d'arte contemporanea più riconosciuti d'Italia — e la sua presenza in un ex deposito tramviario della Bolognina dice qualcosa di profondo sul rapporto tra quartieri popolari e arte di livello internazionale.
Dal manifesto del PCI al murales monumentale
La Bolognina è oggi uno dei principali poli della street art italiana, con una concentrazione di opere per metro quadro che rivaleggia con i quartieri più famosi d'Europa. Questo non è accaduto per caso: è il risultato di decenni di pratica artistica radicata nella tradizione politica del rione, che ha sempre usato il muro come spazio di comunicazione pubblica — dai manifesti del PCI degli anni Cinquanta ai volantini degli scioperi, fino ai murales monumentali degli anni Duemila. È una continuità che non si percepisce a colpo d'occhio, ma che lega il volantinaggio operaio alla stencil contemporanea attraverso un'unica idea di fondo: il muro è di chi lo guarda.
I due artisti più importanti della scena bolognese contemporanea — Blu ed Ericailcane — hanno entrambi scelto l'anonimato: una posizione politica prima che estetica, un modo di sottrarsi al mercato dell'arte e all'iconografia personale. Blu ha realizzato murales monumentali che hanno trasformato facciate intere del rione in tele di critica sociale: le case popolari come pareti, il pubblico come spettatore di passaggio, il messaggio come politica visiva. Ericailcane, attivo dagli anni Duemila, ha disseminato il quartiere di figure animali ibride e malinconiche — bestie operaie fuggite dai capannoni dismessi, creature grottesche che osservano il quartiere trasformarsi con lo sguardo di chi sa che non durerà. Le sue opere dialogano perfettamente con l'identità del rione: abitano le periferie abbandonate con la stessa naturalezza con cui le famiglie operaie abitavano i cortili della Risanamento.
La cancellazione di Blu — un gesto storico
Nel 2016, in segno di rottura contro la museificazione dell'arte di strada e contro la gentrificazione della Bolognina, Blu cancellò con vernice grigia i propri murales sulla facciata dell'XM24. Un gesto che scosse il mondo dell'arte internazionale, ripreso da media e curatori di tutto il mondo. Quel muro grigio diventò esso stesso un'opera: la raffigurazione del silenzio imposto ai quartieri popolari dalla speculazione immobiliare. L'arte di strada — sembra dire il gesto — appartiene alla strada, non alle gallerie; e quando il quartiere viene messo in vendita, anche le sue opere devono sparire con lui.
Checkpoint Charly e il Festival BAUM
Sul versante più collettivo e laboratoriale del rapporto tra arte e quartiere c'è Checkpoint Charly. Nel 2011, in via del Rosaspina 7/a — un ex magazzino a due passi da piazza dell'Unità — un piccolo gruppo di artisti recuperò lo spazio trasformandolo in atelier condivisi: pittori, scultori, illustratori, fumettisti, stampatori, grafici che lavorano fianco a fianco e aprono periodicamente le porte al quartiere. Il nome richiama il Checkpoint Charlie di Berlino ribaltandone il senso: non un luogo di divisione ma una cerniera tra la Bolognina e il resto della città. Dal 2021 lo spazio è in via Tibaldi 21/c; dal 2019 è circolo Arci.
Da questa rete è nato anche il Festival BAUM (Bolognina Arti Urbane in Movimento), avviato nel 2015. Murales, installazioni, interventi in tutto il quartiere, artisti da tutto il mondo, laboratori partecipativi con i residenti. L'edizione del 2016 ha prodotto «Il Cinno Selvaggio», il progetto che ha portato trentasei artisti a dipingere le serrande del Mercato Albani — facendone uno dei luoghi di street art più fotografati di Bologna. BAUM ha confermato la vocazione della Bolognina come quartiere dove l'arte si fa per strada e di strada, non in spazi protetti.
Dalle cantine alla scena indipendente
La Bolognina non ha prodotto cantautori come il centro storico bolognese — dove Dalla viveva in via d'Azeglio, dove Guccini teneva bottega all'Osteria delle Dame. Ma è stata serbatoio essenziale di pubblico, atmosfera e infrastruttura per la scena musicale cittadina. Lucio Dalla era di casa ai Festival dell'Unità della Bolognina: si esibiva gratuitamente per affezione verso il quartiere operaio. Dopo la Strage del 2 agosto 1980 scrisse «Balla balla ballerino», tra le sue canzoni più cupe. Nel 2022 la città gli ha intitolato lo spazio coperto sotto la Tettoia Nervi in via Fioravanti, nel cuore dell'area di rigenerazione della Bolognina nord.
Bologna Rock 1979 e Italian Records
Il Bologna Rock del 1979 — il festival «dalle cantine all'asfalto» organizzato da Oderso Rubini al Palasport il 2 aprile 1979, con oltre seimila persone — è stato il battesimo della scena indipendente bolognese. Rubini, fondatore della Harpo's Bazaar e poi della Italian Records — la prima etichetta punk indipendente italiana — fu il principale artefice di quella stagione: i suoi dischi uscivano da una Bologna operaia e studentesca che si nutriva dei cortili e dei circoli del rione. Gli Skiantos di Roberto «Freak» Antoni — punk demenziale figlio diretto del Settantasette bolognese — i Gaznevada, il Confusional Quartet: erano tutti gruppi che trovavano nel pubblico operaio e studentesco della periferia nord una delle loro platee naturali. Freak Antoni portava sul palco la cultura delle osterie operaie e degli studenti fuorisede in una miscela che non aveva precedenti in Italia. Dal dicembre 2023 un bassorilievo in terracotta di Marta Jorio sul muro del bar Kinotto al DLF di via Serlio lo ritrae con il suo ghigno beffardo — omaggio tardivo ma permanente del quartiere alla sua irriverenza.
Il Locomotiv Club — l'ex bocciofila che diventa club
Il Locomotiv Club, in via Sebastiano Serlio 25/2, è oggi il principale club di musica indipendente di Bologna. Fondato nel 2007 da Giovanni «Uda» Gandolfi, fondatore dell'etichetta Unhip Records, insieme a Gabriele Ciampichetti, Massimiliano Galli e Michele Giuliani, è nato dalla rigenerazione dell'ex bocciofila del parco DLF. La continuità è fisica prima che simbolica: dallo stesso spazio ricreativo che i ferrovieri bolognini usavano dal 1925 nasce un club che ospita Suicide, James Blake, Four Tet, Swans, e centinaia di altri artisti internazionali. Oltre 1.500 concerti in poco più di quindici anni. Nel 2010 ha avviato anche Locomotiv Records, etichetta dedicata agli artisti della scena locale con vocazione internazionale. È un caso italiano raro di continuità tra cultura operaia novecentesca e scena indipendente contemporanea — quella che a Berlino sarebbe stata una Kulturbrauerei.
I locali del rione · Black Fire, Binario69, Barnaut
Accanto al Locomotiv, la Bolognina ha sviluppato una rete fitta di locali e circoli che costituiscono il tessuto della scena indipendente locale. Il Black Fire Pub, in via Marcantonio Raimondi 21, è dal 1995 il locale rock più longevo del rione — legno e mattoni a vista, la birra flambé come firma del locale, programmazione hard rock il weekend e rock classico negli altri giorni. Il Binario69, in via de' Carracci 69/7d, è nato nel 2017 come circolo inclusivo e antifascista: programmazione jazz e world music quasi quotidiana, il «biglietto sospeso» come pratica concreta di accessibilità. Il Barnaut, in via Ferrarese 2, è il bar di quartiere antifa per vocazione, con posizioni nette su Gaza e solidarietà palestinese — un locale che ha scelto da che parte stare e non sente il bisogno di spiegarlo più di quello che fa.
Magenta#9 e Bolognina Dischi · il rione che produce
Tra le band cresciute dentro questo ecosistema, i Magenta#9 sono il caso più riconoscibile: gruppo nato nel 2017 nel quartiere Bolognina, prende il nome da via Magenta. Il frontman è Alessio «Amos» Amorati, già voce della band metal Rain, affiancato da Amedeo Mongiorgi (chitarra e seconda voce) e dagli altri componenti. Il primo singolo, «Non si può» (aprile 2020), li ha portati a vincere — in pieno lockdown e con l'Ariston a porte chiuse — la 33ª edizione di Sanremo Rock nel settembre 2020. L'album d'esordio si intitola «Ceffi della Bolognina» (2021) e rivendica esplicitamente l'appartenenza al rione. Il tour del 2024 è andato sold out su tutte le date. È uno dei rari casi in cui il quartiere non è solo lo sfondo della scena musicale, ma il protagonista esplicito dell'identità di una band.
L'etichetta Bolognina Dischi, fondata da musicisti e appassionati locali, pubblica e distribuisce musica del rione e dell'orbita culturale della Bolognina, con un progetto esplicito di archivio e documentazione della scena locale. È un altro segno di una cultura musicale che non si limita a consumare ma si organizza per produrre.
Bologna come capitale italiana del fumetto d'autore
La Bolognina non è il quartiere di Andrea Pazienza — che visse in via Emilia Ponente 223, periferia ovest, e i cui luoghi quotidiani erano il DAMS e la zona universitaria. Ma la scena che Pazienza incarnò è inseparabile dall'atmosfera politica e culturale della Bologna operaia degli anni Settanta, di cui la Bolognina era il cuore. Le Straordinarie Avventure di Pentothal (1977) raccontano i sogni rivoluzionari di una generazione: Radio Alice sgomberata in diretta, le assemblee al DAMS, gli scontri di marzo 1977 in cui morì Francesco Lorusso. Lo Zanardi di Frigidaire (1981) è figlio di quella rabbia. Paz morì nel 1988 a trentadue anni, a Montepulciano. Bologna lo commemora ogni anno come figlio adottivo.
C'è poi un legame fisico, anche se postumo, tra Pazienza e il rione: il film «Paz!» (2002) di Renato De Maria — tratto dai personaggi di Pentothal, Zanardi e Fiabeschi — è stato girato in parte all'Istituto Aldini Valeriani di via Bassanelli, nel cuore della Bolognina nord. La Cineteca di Bologna segnala l'Aldini Valeriani come una delle location ufficiali del film. È un dettaglio piccolo ma significativo: i fumetti di Paz, nati da una Bologna universitaria e periferica, sono tornati in immagine proprio nel quartiere che meglio rappresenta quella periferia — la scuola tecnica per operai dove si è formato il sapere produttivo del Novecento bolognese.
Il testimone di Pazienza fu raccolto dal collettivo Valvoline Motorcomics, fondato nel 1983 da Igort — Igor Tuveri, cagliaritano trapiantato a Bologna a fine anni Settanta — insieme a Giorgio Carpinteri, Lorenzo Mattotti, Marcello Jori, Daniele Brolli e Jerry Kramsky. Valvoline, supplemento mensile di Alter Alter edito da Rizzoli, rivoluzionò il fumetto italiano portando dentro di esso le avanguardie visive, il design, la musica. Era una scena che si nutriva di Bologna come territorio ma guardava al mondo: Igort collaborava con Frigidaire, suonava, pubblicava su Metal Hurlant e L'Echo des Savanes; si sarebbe poi trasferito a Parigi e a Tokyo.
Nel 2000, tornato a Bologna, Igort fondò con Carlo Barbieri la Coconino Press — casa editrice che ha introdotto il romanzo a fumetti in Italia, pubblicando Gipi, Davide Reviati, Jiro Taniguchi, Manu Larcenet. La Coconino è stata la più importante casa editrice di fumetti d'autore italiana: è nata a Bologna, nell'orbita culturale che la Bolognina e il suo Settantasette avevano contribuito a generare. Igort dirige oggi Linus ed è tornato a vivere a Bologna — chiudendo un cerchio che lega l'underground del 1977 al graphic novel del Duemila, attraverso la stessa città e in larga parte attraverso lo stesso quartiere.
Quelli che hanno scelto di stare
La Bolognina non è il quartiere dei personaggi famosi che ci sono passati di corsa, ma di quelli che ci hanno affondato le radici. Attori, cantanti, scrittori che hanno vissuto qui non per scelta di facciata ma perché era casa loro — il quartiere dove i loro padri abitavano, dove i loro nonni avevano comprato la prima casa, dove si è stati ragazzi e poi adulti e qualche volta vecchi. È un rapporto diverso dal mito hollywoodiano della residenza glamour: è il quartiere come luogo di provenienza.
Gianni Cavina e Milva — due appartenenze
Gianni Cavina (1940–2022), attore e sceneggiatore, ha vissuto in Bolognina quasi tutta la vita — tra via Carracci e via Matteotti, il quartiere di suo padre e suo nonno. Ha fatto cabaret negli anni Sessanta con Lucio Dalla. Il sodalizio con Pupi Avati ha prodotto oltre venti film, da Balsamus (1968) a Dante (2022): un'intera traiettoria del cinema italiano d'autore. Il grande pubblico lo conobbe come l'ispettore Sarti nei film TV tratti dai romanzi di Loriano Macchiavelli, tra il 1991 e il 1994. I funerali si svolsero nella chiesa del Sacro Cuore della Bolognina, il 26 marzo 2022. Il rione che lo aveva visto crescere lo accompagnò all'ultimo saluto.
Milva (1939–2021) — Maria Ilva Biolcati, la Rossa, la Pantera di Goro — arrivò a Bologna ancora ragazza e la famiglia prese casa in via Bigari, Bolognina. Quando la carriera decollò dopo il primo Sanremo del 1961, comprò casa in via Ferrarese: ancora Bolognina. Quasi cento album in sei decenni, dal pop al teatro brechtiano con Strehler — Madre Coraggio, L'opera da tre soldi — alle collaborazioni con Piazzolla. La sua fede politica di sinistra la connetteva al quartiere operaio in cui era cresciuta. È morta a Milano il 23 aprile 2021, ma le sue radici bolognesi erano nel rione che le aveva visto comprare la prima casa.
Wu Ming 1 — lo scrittore che racconta il quartiere dall'interno
Wu Ming 1 è membro del collettivo di scrittori bolognese Wu Ming, tra i più influenti del proprio tempo. Vive in Bolognina da anni ed è testimone diretto delle sue trasformazioni. Sul blog Giap ha pubblicato alcuni degli scritti più acuti sulla gentrificazione del quartiere — dallo sgombero dell'XM24 alla Trilogia Navile — e sulla memoria politica della Svolta del 1989. Wu Ming 2 ha curato la «Guida nonturistica di Bologna» (2022), che attraversa la Bolognina come territorio di cultura antagonista. È raro che un quartiere abbia uno scrittore di rilievo nazionale che lo abita e lo racconta dall'interno, senza la distanza dello sguardo esterno: la Bolognina ce l'ha.
Vasco Brondi · la Bolognina come paesaggio della poetica
Vasco Brondi — cantautore nato nel 1984, cresciuto tra Ferrara e la via Emilia, progetto Le Luci della Centrale Elettrica — ha nel Ponte Matteotti e nella Bolognina un riferimento ricorrente della sua poetica delle periferie padane. Le sue canzoni sulla pianura, sulla malinconia delle zone industriali, sull'estetica del degrado come bellezza — un'estetica che si adatta perfettamente al paesaggio del Ponte Matteotti con la sua ferraglia e i cavi dell'alta tensione — hanno contribuito a costruire l'immaginario culturale che circonda il rione nelle generazioni più giovani. «Canzoni da spiaggia deturpata» (2008, Targa Tenco miglior opera prima) ha costruito quell'immaginario — e in quel disco la Bolognina si riconosce senza che il suo nome compaia mai.
Cultura accessibile come scelta politica
La Bolognina non ha mai avuto un teatro principale né un museo identitario né una grande libreria storica come certi quartieri borghesi. La sua vita culturale è sempre stata diffusa, capillare, radicata nelle istituzioni di base: la biblioteca di quartiere, il circolo Arci, la sala del Consiglio di Quartiere trasformata in cinema per una sera. Era — ed è — una cultura che non si esibisce ma si pratica.
Il Cinema Galliera, in via Galliera 3, è uno degli schermi più longevi di Bologna, con programmazione d'essai e ruolo di sala di prossimità per il quartiere. L'Arena Puccini, gestita dalla Cineteca di Bologna dal 2006, è il punto di contatto estivo tra la Bolognina operaia e la Bolognina cosmopolita — uno dei pochi luoghi dove queste due anime del rione si ritrovano fianco a fianco (la sua storia di luogo sportivo e ricreativo è raccontata sulla pagina Vita di Rione). Il Teatro Testoni Ragazzi, in via Matteotti, è la prova materiale che la sinistra bolognese ha pensato la cultura non come ornamento per i benestanti ma come servizio per chi vive in periferia: cinquantamila presenze annue, programmazione internazionale, spettacoli per bambini di ogni provenienza. La sua storia — dalla Casa del Fascio costruita nel 1934 al teatro per l'infanzia dal 1995 — è uno dei racconti più eloquenti di cosa abbia significato la rifondazione democratica del rione.
Sul versante delle biblioteche, la Biblioteca Casa di Khaoula in via Fioravanti porta il nome di una bambina marocchina di dodici anni morta nel 2001 in una trappola per migranti a Casablanca: un atto di memoria politica che dice al quartiere chi è e da dove viene chi ci abita. Non è solo una biblioteca: è un presidio culturale che lavora con le scuole, organizza laboratori per bambini di tutte le provenienze, custodisce una sezione dedicata alle culture del Mediterraneo. La Libreria Sette Volpi è una delle librerie indipendenti più radicate nel quartiere, presidio del libro contro la grande distribuzione.
Non tutte le sale resistono. Il Cinema Alba, nella sede della Parrocchia di San Girolamo dell'Arcoveggio in via dell'Arcoveggio 3, era l'ultimo cinema parrocchiale attivo nella fascia nord della città — biglietti a prezzi popolari, programmazione familiare, sala aperta a tutti i residenti. È ora inattivo: l'ennesima sala di prossimità che chiude in una città dove restano soltanto le multisale e i cinema d'essai. È una perdita silenziosa, di quelle che non fanno notizia, ma che cambiano il modo in cui un quartiere immagina sé stesso.
Sei vite, sei lavori, una sola geografia
Blu
Artista anonimo · attivo dagli anni Ottanta
L'artista di strada più importante della Bolognina contemporanea, la cui identità è rimasta deliberatamente anonima. Ha realizzato murales monumentali che hanno trasformato le facciate del quartiere in tele di critica sociale e politica. Nel 2016, in segno di rottura contro la museificazione dell'arte di strada e contro la gentrificazione del rione, cancellò con vernice grigia i propri murales sulla facciata dell'XM24 — un gesto che scosse il mondo dell'arte internazionale. Quel muro grigio diventò esso stesso un'opera: la raffigurazione del silenzio imposto ai quartieri popolari dalla speculazione immobiliare.
Ericailcane
Artista anonimo · attivo dagli anni Duemila
Artista bolognese la cui identità è rimasta anonima, esposto in gallerie in Europa, Giappone e Stati Uniti. Ha disseminato la Bolognina di figure animali ibride e malinconiche che commentano il rapporto tra natura e civiltà industriale: bestie operaie fuggite dai capannoni dismessi, creature grottesche che osservano il quartiere trasformarsi con lo sguardo di chi sa che non durerà. Le sue opere dialogano perfettamente con l'identità del rione, abitando le periferie abbandonate con la stessa naturalezza con cui le famiglie operaie abitavano i cortili della Risanamento.
Christian Boltanski
Parigi 1944 – 2021
Uno dei più importanti artisti concettuali del dopoguerra, noto in tutto il mondo per i lavori sulla memoria collettiva, sull'assenza e sulla perdita. Ha progettato l'installazione permanente del Museo per la Memoria di Ustica, inaugurata nel 2007 nell'ex deposito tramviario della Zucca. Ha lavorato a stretto contatto con l'associazione dei familiari delle vittime: ottantuno luci, ottantuno specchi neri, ottantuno casse con gli effetti personali delle vittime, una voce che sussurra a intervalli. È uno degli interventi d'arte contemporanea più riconosciuti d'Italia, e la sua presenza in Bolognina dice qualcosa di profondo sul rapporto tra periferia operaia e arte di livello internazionale.
Oderso Rubini
1950 –
Il principale artefice della scena indipendente bolognese degli anni Settanta-Ottanta. Fondatore della Harpo's Bazaar e poi della Italian Records — la prima etichetta punk indipendente italiana — ha organizzato il Bologna Rock del 1979 al Palasport (il 2 aprile, oltre seimila presenze) e poi il concerto dei Clash in piazza Maggiore nel 1980. I suoi dischi uscivano da una Bologna operaia e studentesca che si nutriva dei cortili e dei circoli del rione. Senza Rubini non ci sarebbero stati gli Skiantos di Freak Antoni, i Gaznevada, il Confusional Quartet — e con loro l'intera mappa sonora che ha definito Bologna come capitale alternativa italiana.
Gianni Cavina
1940 – 2022
Attore e sceneggiatore. Ha vissuto in Bolognina quasi tutta la vita — tra via Carracci e via Matteotti, il quartiere di suo padre e suo nonno. Cabaret negli anni Sessanta con Lucio Dalla. Il sodalizio con Pupi Avati ha prodotto oltre venti film, da Balsamus (1968) a Dante (2022). Il grande pubblico lo conobbe come l'ispettore Sarti nei film TV dai romanzi di Loriano Macchiavelli, tra il 1991 e il 1994. I funerali si svolsero nella chiesa del Sacro Cuore della Bolognina, il 26 marzo 2022: il rione che lo aveva visto crescere lo accompagnò all'ultimo saluto.
Igort (Igor Tuveri)
Cagliari, 1958 –
Fumettista, illustratore, musicista. Trapiantato a Bologna alla fine degli anni Settanta, nel 1983 ha fondato il collettivo Valvoline Motorcomics con Carpinteri, Mattotti, Jori, Brolli e Kramsky — la più importante rivoluzione del fumetto italiano dopo Pazienza. Dopo periodi a Parigi e Tokyo, nel 2000 è tornato a Bologna e ha fondato con Carlo Barbieri la Coconino Press: la casa editrice che ha introdotto il romanzo a fumetti in Italia, pubblicando Gipi, Reviati, Taniguchi, Larcenet. Oggi dirige Linus ed è tornato a vivere a Bologna — chiudendo un cerchio che lega l'underground del 1977 al graphic novel del Duemila.