La Fotografia è l’ultima testimone imparziale.

CHI SONO

Nato a Bologna nel 1993,sono sempre stato guidato da una cocente curiosità ed un genuino entusiasmo. Attratto dai contrasti, ho sempre cercato di osservare in maniera ragionata ed emotiva ciò che è fuori dal conforme, posizionandomi con occhio critico verso ciò che è diverso o banalmente ordinario, mettendomi sempre in discussione. I contrasti e le stratificazioni hanno sempre riecheggiato con qualcosa di molto più profondo e intimo.
Attraverso questa lente, la mia pratica si basa su un’osservazione lenta, empirica e costante dell’ambiente, mossa dal bisogno di decodificare i suoi cambiamenti e le dinamiche silenziose che lo attraversano.

Guardo alla fotografia come a un linguaggio per interpretare il sistema di relazioni in cui siamo immersi. Per me, fotografare non significa semplicemente produrre immagini, ma esercitare una presa di responsabilità sociale e politica verso la realtà che scelgo di documentare.

Al centro della mia ricerca c’è l’indagine sull’identità: quella dei luoghi, degli oggetti e dei soggetti che incontro. Mi interessa capire cosa definisce un’essenza, come si trasforma nel tempo e cosa resiste quando tutto intorno muta. Che si tratti di spazi collettivi, di frammenti di quotidiano o di percorsi individuali, il mio obiettivo è far emergere le tracce di ciò che siamo e delle tensioni che definiscono il nostro presente.

Credo fermamente che l’atto di inquadrare non sia mai un gesto neutro, ma una scelta di partecipazione civile. Attraverso la mia pratica, cerco di restituire dignità e spessore a ogni elemento, rifiutando letture semplificate o estetiche fini a se stesse. Documentare l’identità diventa così un impegno per costruire una memoria condivisa, con cui dialogare, offrendo strumenti per immaginare un senso di comunità più consapevole e strutturato.

@suburbia_lab
Suburbia

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Suburbia: istanti di quartieri, città e periferie
  • Cartoline dalla Bolognina – 2026
Fra via della Liberazione,Via Serlio e via Creti

Qui c'erano due fabbriche di macchine. Le Officine Minganti, torni e fresatrici per Fiat e Riv, chiudono a fine Novecento: nel 2006 riaprono come centro commerciale.

Le Officine Cevolani, macchine per il confezionamento in un capannone costruito apposta nel 1940, passano a Pelliconi nel 1999 e lasciano la Bolognina. Il capannone resta vuoto quattordici anni, e chi abita qui sa cosa ci si fermava dentro. Viene abbattuto nel 2013.

Al suo posto la P-Tower: autorizzata nel 2011, ferma per la crisi, in cantiere dal 2016, quattordici piani. Poi le P-House, 150 appartamenti con piscina sul tetto. 

Poco lontano, in via Serlio, uno studentato di sedici piani: 513 miniappartamenti da 900 a 1.240 euro al mese, contestato dai residenti per l'ombra sulle case.

Un rione nato operaio, che ha visto le fabbriche chiudere e marcire, e che oggi ospita chi fino a fine anni Novanta non avrebbe messo piede in queste vie.
  • Cartoline dalla Bolognina – 2026
Le gelaterie

In un rione ci si dà appuntamento in gelateria: è dove si porta il bambino dopo i giardini e dove ci si siede fuori quando in casa fa caldo.

Per decenni se lo sono tenuto le insegne di quartiere. Iglù ha lavorato in via Barbieri dal 1990 al 2025, tutta senza glutine. Il K2 fa gelato in via Creti dal 1998 e non si è mai spostato, padre e figlio dietro il bancone. 

Nel 2012 in via Tiarini arriva Titto, e all'epoca è un evento: festa d'apertura su cinque negozi insieme, ti servi da solo e paghi a peso, in pochi mesi è franchising fino a Ibiza.

Poi si muove il centro. 

Stefino, nato in via Galliera nel 1998 e premiato con i Tre Coni del Gambero Rosso, si trasferisce qui nel 2021: la Bolognina è la sua unica sede. 

Al posto di Iglù apre la Cremeria d'Azeglio, che del centro porta ancora il nome, e all'incrocio con Fioravanti si fa la fila.

Il gelato si prendeva sotto casa. Adesso in Bolognina ci si viene apposta.
  • Cartoline dalla Bolognina — 2026
L'edicolante

Nel settore la chiamano portierato sociale. È la formula con cui si descrive quello che le edicole stanno diventando: non più punti vendita di giornali ma sportelli di quartiere.

Oggi in edicola si ritirano i pacchi, si pagano le bollette, si comprano biglietti dell'autobus e del treno, si attiva lo SPID, si riconsegna un libro della biblioteca, si noleggia una bici. In alcune città il Comune ha firmato convenzioni con il sindacato dei giornalai: si richiedono e si ritirano i certificati anagrafici direttamente al chiosco.
E si vendono libri. Molte edicole ne tengono ormai più delle riviste, li ordinano su richiesta, li consegnano a domicilio e ai bar. Sono diventate piccole librerie senza chiamarsi così.

Funziona per un motivo semplice: sono aperte tredici ore al giorno, sabato e domenica compresi, e dietro il bancone c'è sempre la stessa persona. In una strada dove i negozi cambiano gestione ogni due anni, l'edicolante è spesso l'unico che sta lì da venti e sa come ti chiami. È a lui che lasci la chiave, che chiedi un'informazione, che affidi il pacco per il vicino.

Non tutti la vivono bene. Un edicolante intervistato quest'anno diceva di non riconoscere più chi entra: riceve pacchi, smista pacchi, spedisce pacchi, e basta.
Intanto in Italia ne chiudono circa mille all'anno. In provincia di Bologna, tra il 2019 e il 2023, si è passati da 268 a 174.

Quando chiude un'edicola non chiude un negozio. Chiude l'ultimo posto della strada dove qualcuno ti conosce senza che tu debba comprare niente.
  • Cartoline dalla Bolognina – 2026
Ristorante Adal, via Vasari

Kidane Gaber arriva dall'Eritrea nel 1983 per studiare medicina. Si laurea nel 1986, ma nel 1990 apre un ristorante africano in via Vasari e la medicina resta sullo sfondo.

Il nome viene dal sultanato di Adal, un regno del Corno d'Africa oggi diviso fra Somalia, Etiopia, Gibuti ed Eritrea. Il menu ha la stessa ampiezza: zighnì e alicià sull'ingera, cous-cous e tagìn dal Maghreb, yassa senegalese. Il maadì si ordina in due o più e arriva su un vassoio solo: condividerlo fa parte del piatto.

Non è una curiosità esotica: come La Pagoda in via dell'Arcoveggio o Pars in via Lianori, è insieme il ritrovo di una comunità e la trattoria del quartiere.
La Bolognina non ha ricevuto l'immigrazione, è fatta di immigrazione. A Bologna vivono 62.500 stranieri, il 16%: il Navile ne conta più di tutti.

Trentasei anni in via Vasari, chiuso il lunedì. A un certo punto smetti di chiamarlo etnico: è il ristorante tipico di zona.
  • Cartoline dalla Bolognina – 2026
La Balena

C'è un edificio che scavalca via Stalingrado, e nel punto in cui la strada ci passa sotto la struttura si gonfia in una forma sospesa che i bolognesi hanno battezzato subito: la Balena.

Non è un capriccio decorativo, è la parte più visibile di un'idea vecchia. Il progetto si chiama Porta Europa, è dell'architetto Ettore Masi e risale al 1985: doveva ricalcare la funzione delle antiche porte medievali, cioè fare da ingresso monumentale alla città per chi arriva da nord, e come modello dichiarato guardava all'Arche de la Défense di Parigi. Nasce dentro un piano urbanistico più ampio, pensato per ridisegnare la fascia a nord del centro dove fino a poco prima c'erano fabbriche e caserme.

Fra progetto e cantiere passano venticinque anni. Il complesso diventa il quartier generale del Gruppo Unipol e comprende anche CUBO, lo spazio culturale del gruppo. Nel ventre della Balena, dal 2012, apre un ristorante: prima con lo chef stellato Marcello Leoni, poi gestito direttamente da Unipol, che dell'immobile è proprietaria.

Via Stalingrado è il margine orientale della Bolognina, e per un secolo è stata l'asse delle officine, degli scali e delle caserme. Il piano del 1985 arriva proprio mentre quel mondo sta chiudendo, e su quella stessa linea mette la sede di una compagnia assicurativa nata a Bologna nel 1962 come cooperativa.

Un simbolo che testimonia come sta cambiando il rione, un ristorante di alta fascia dove c'erano le fabbriche
  • Cartoline dalla Bolognina – 2026
Carracci Casa Comune

Nell'ottobre del 2023 tre palazzine pubbliche vuote in via de' Carracci 63, a due passi dai binari, vengono occupate. Ci entrano oltre centodieci persone — età diverse, provenienze diverse, molti bambini — che il mercato della casa a Bologna aveva semplicemente espulso.

L'occupazione prende un nome: Carracci Casa Comune.
Non è un gesto improvvisato. Il percorso è accompagnato da Plat, la Piattaforma di intervento sociale che a Bologna si occupa di diritto all'abitare, e si intreccia con l'area di Laboratorio Bologna: assemblee, presidi, presenza costante in città, una trattativa tenuta aperta con l'amministrazione mese dopo mese. E dentro le palazzine si organizza una comunità che si regge da sé, decide in assemblea e gestisce lo stabile come una cosa collettiva. Da qui il nome: non "occupazione", casa comune.

Nella seconda metà di quell'anno a Bologna ci sono altre occupazioni abitative, in via Raimondi, in via di Corticella, in via San Giacomo. Finiscono tutte con uno sgombero. Qui no.

Sulle palazzine pende un sequestro e lo sgombero è annunciato, ma nel luglio 2024 arriva invece una convenzione fra Comune e Acer: gli edifici non vengono venduti, ma ristrutturati a spese pubbliche; ventiquattro appartamenti vanno alla transizione abitativa e poi assegnati per trent'anni con un bando; le famiglie entrano nelle graduatorie per la casa popolare. E intanto restano dove sono.

A Bologna un'occupazione che finisce con un riconoscimento e non con la polizia non succedeva dal 1983.

Dietro la stazione, sulle scale, restano i pezzi delle reti di ferro che sbarravano il passaggio. Non servono più: le porte le hanno aperte dall'interno.
  • Cartoline dalla Bolognina – 2026
Via de' Carracci

Per un secolo e mezzo questa non è stata una strada, ma un retro. Quando la stazione apre nel 1864, l'attuale via de' Carracci segna già il limite nord del piazzale ferroviario: da una parte i binari, i capannoni di servizio, il deposito locomotive; dall'altra, ancora campagna. Il fronte era di là, verso piazza delle Medaglie d'Oro. 

Di qua c'era il muro.

Il piano del 1889 costruisce la Bolognina addossata proprio a quel muro, perché è la ferrovia a dare lavoro. E per la stessa ragione il rione paga: Bologna è un nodo ferroviario, e nella Seconda guerra mondiale subisce trentadue bombardamenti pesanti. La Bolognina viene colpita duramente il 24 agosto 1944.

Nel dopoguerra il lato Carracci resta quello che era: mercato ortofrutticolo, scalo merci, capannoni. Poi chiudono anche quelli, e per vent'anni il rione si ritrova davanti un grande vuoto urbano, su cui si progetta molto — c'è pure un piano di Ricardo Bofill — senza costruire niente.

Il cambio arriva con l'Alta Velocità. Fra il 2004 e il 2007, prima di costruire, si scava per capire cosa c'è: emergono una necropoli romana, una strada glareata, canalizzazioni e fornaci. Poi, dove correvano i binari 12, 13, 14 e 15, viene scavata a cielo aperto una stazione profonda ventitré metri. L'8 giugno 2013 viene inaugurata.

Chi ci abita ricorda soprattutto il rumore, le vibrazioni e la polvere di anni di cantiere. E non è finita: nel luglio 2026 sono partiti i lavori per completare l'asse Nord-Sud, atteso da vent'anni.

La strada che per centocinquant'anni ha tenuto la Bolognina dietro la ferrovia adesso ci passa sotto.
  • Cartoline dalla Bolognina – 2026
Dentro il Sacro Cuore

Dall'esterno è una mole che si vede dai treni. Dentro, la sorpresa è che non c'è nessuna delle cose che ci si aspetta da una chiesa grande: niente navate laterali, niente colonne, niente file di pilastri che accompagnano lo sguardo verso l'altare. C'è un'unica aula. Cinquantadue metri dalla porta al fondo dell'abside, ventinove di larghezza media, e sopra la testa la croce della cupola a sessanta metri.

È una scelta precisa. Edoardo Collamarini disegna il progetto nel 1897 su una pianta centrale, con riferimenti dichiarati a Santa Sofia di Costantinopoli e allo stile neobizantino del Sacré-Cœur di Montmartre: siamo nel pieno dell'eclettismo di fine Ottocento, quando le chiese nuove si costruiscono citando l'Oriente cristiano invece del gotico. L'assemblea non è incolonnata, è raccolta sotto un vuoto.

I lavori partono nel 1901 e vanno per gradi: il tempio apre al culto nel 1912, e le decorazioni interne arrivano solo fra il 1913 e il 1914. Da lì si legge la stratigrafia. Il ciborio è disegnato dallo stesso Collamarini, gli affreschi dell'abside sono di Domenico Ferri, il trittico scultoreo dell'altare maggiore è di Arturo Orsoni. Il trittico dipinto di Leopoldo Perucchi porta la data del 1915, l'anno in cui la chiesa diventa parrocchia autonoma per servire un rione che nel frattempo si era riempito.

Poi il crollo della cupola nel 1929, il rifacimento concluso nel 1935, i danni del bombardamento del 1943 e la ricostruzione fino al 1947: quello che si guarda oggi ha quattro età diverse. Le uniche cose davvero antiche sono due opere lignee ai lati del presbiterio, un bassorilievo con la Madonna e un Crocifisso databili fra Cinque e Seicento, arrivate qui da altrove.

La prima parte a essere completata fu la cripta, nel 1903. Le prime case popolari della Bolognina sono del 1908: qui la chiesa è arrivata prima delle case.
  • Cartoline dalla Bolognina – 2026
La casa in Bolognina

Se si guarda la Bolognina dall'alto si capisce subito una cosa: qui vive un pezzo di città molto più grande di quanto lo spazio lasci immaginare. 

Sono 36.681 persone, più della metà dell'intero quartiere Navile e quasi un decimo di tutta Bologna. La densità lo dice meglio di qualunque descrizione: fra i 97 e i 120 abitanti per ettaro, contro una media cittadina di 28. Nei punti più compressi la Bolognina è affollata quanto il centro storico.

Ci si è arrivati in due tempi. Prima gli isolati chiusi del piano del 1889, quattro piani più il solaio, costruiti sul filo della strada con il cortile dentro. Poi, dal dopoguerra, il modello si rovescia: l'edificio si stacca dalla strada, si pianta in mezzo al lotto e sale fino a otto piani. Dove stavano otto famiglie ne stanno molte di più.

Il risultato sono più di ventimila abitazioni, terza zona di Bologna per numero dietro San Vitale e Mazzini. E sono le più piccole della città: 82 metri quadri di media, contro i 108 di Santo Stefano e i quasi 150 dei Colli.

Piccole, però, non vuol più dire economiche. A luglio 2026 nella zona Bolognina-Arcoveggio-Navile si chiedevano in media 3.522 euro al metro quadro, il nove per cento in più rispetto all'anno prima. La media cittadina sta sopra i 3.800: il rione non è più il posto dove si risparmia, è appena sotto la media.

Del resto lo spazio libero, qui, non c'è mai stato. Il Comune scrive che è difficile arrivare a una dotazione adeguata di verde e di scuole. E i redditi mediani più bassi di tutta Bologna si registrano in due sole zone: questa e San Donato.

Le case più piccole della città, nel rione dove si guadagna meno, oggi costano il nove per cento in più di un anno fa
  • Cartoline dalla Bolognina – 2026
Il Fondo Comini

È un parco di quartiere come tanti: un ingresso su via Fioravanti, l'altro su via del Battiferro, i giochi, il campetto, le panchine. La storia interessante non è come è nato, ma chi lo tiene in piedi.

Per anni il nome girava male. Nelle cronache ci finiva per le aggressioni e per lo spaccio; nelle recensioni online era il parco "lasciato andare". Chi ci portava i bambini raccontava di alberi caduti e mai rimossi, giochi scrostati, e fra i rifiuti da terra vetri rotti, bottiglie, una volta perfino la lama di un coltello. Il posto dove si passa in fretta e non ci si ferma.

Eppure dentro il parco, dal 1997, c'è la Casa di Quartiere Fondo Comini, nata come centro sociale anziani e diventata negli anni un'altra cosa senza smettere di essere quella: ginnastica e ballo, ma anche doposcuola, italiano per donne straniere, teatro inclusivo, e le colazioni solidali con le Cucine Popolari, che qui al Battiferro hanno aperto la loro prima sede in città.

Nel 2021 alcune madri che frequentavano il parco hanno cominciato a pulirlo per conto proprio. Si sono date un nome, Spazza Comin, e una volta al mese raccolgono e ridipingono. Da lì è partita una trattativa lunga con il quartiere: aiuole, cancelli, un progetto portato al bilancio partecipativo.

Nel frattempo il parco si è riempito. D'estate ci sono le crescentine della domenica e Comini Espress, la rassegna che da giugno a settembre porta concerti e presentazioni. 

Nel maggio del 2025 ci si sono ritrovate diverse centinaia di persone per un'assemblea pubblica sul futuro del rione.

Il proprietario del parco non è mai cambiato: è pubblico. È cambiato chi ci passa il sabato mattina con la scopa.
Cartoline dalla Bolognina – 2026
Fra via della Liberazione,Via Serlio e via Creti

Qui c'erano due fabbriche di macchine. Le Officine Minganti, torni e fresatrici per Fiat e Riv, chiudono a fine Novecento: nel 2006 riaprono come centro commerciale.

Le Officine Cevolani, macchine per il confezionamento in un capannone costruito apposta nel 1940, passano a Pelliconi nel 1999 e lasciano la Bolognina. Il capannone resta vuoto quattordici anni, e chi abita qui sa cosa ci si fermava dentro. Viene abbattuto nel 2013.

Al suo posto la P-Tower: autorizzata nel 2011, ferma per la crisi, in cantiere dal 2016, quattordici piani. Poi le P-House, 150 appartamenti con piscina sul tetto. 

Poco lontano, in via Serlio, uno studentato di sedici piani: 513 miniappartamenti da 900 a 1.240 euro al mese, contestato dai residenti per l'ombra sulle case.

Un rione nato operaio, che ha visto le fabbriche chiudere e marcire, e che oggi ospita chi fino a fine anni Novanta non avrebbe messo piede in queste vie.
Cartoline dalla Bolognina – 2026
Fra via della Liberazione,Via Serlio e via Creti

Qui c'erano due fabbriche di macchine. Le Officine Minganti, torni e fresatrici per Fiat e Riv, chiudono a fine Novecento: nel 2006 riaprono come centro commerciale.

Le Officine Cevolani, macchine per il confezionamento in un capannone costruito apposta nel 1940, passano a Pelliconi nel 1999 e lasciano la Bolognina. Il capannone resta vuoto quattordici anni, e chi abita qui sa cosa ci si fermava dentro. Viene abbattuto nel 2013.

Al suo posto la P-Tower: autorizzata nel 2011, ferma per la crisi, in cantiere dal 2016, quattordici piani. Poi le P-House, 150 appartamenti con piscina sul tetto. 

Poco lontano, in via Serlio, uno studentato di sedici piani: 513 miniappartamenti da 900 a 1.240 euro al mese, contestato dai residenti per l'ombra sulle case.

Un rione nato operaio, che ha visto le fabbriche chiudere e marcire, e che oggi ospita chi fino a fine anni Novanta non avrebbe messo piede in queste vie.
Cartoline dalla Bolognina – 2026 Fra via della Liberazione,Via Serlio e via Creti Qui c'erano due fabbriche di macchine. Le Officine Minganti, torni e fresatrici per Fiat e Riv, chiudono a fine Novecento: nel 2006 riaprono come centro commerciale. Le Officine Cevolani, macchine per il confezionamento in un capannone costruito apposta nel 1940, passano a Pelliconi nel 1999 e lasciano la Bolognina. Il capannone resta vuoto quattordici anni, e chi abita qui sa cosa ci si fermava dentro. Viene abbattuto nel 2013. Al suo posto la P-Tower: autorizzata nel 2011, ferma per la crisi, in cantiere dal 2016, quattordici piani. Poi le P-House, 150 appartamenti con piscina sul tetto. Poco lontano, in via Serlio, uno studentato di sedici piani: 513 miniappartamenti da 900 a 1.240 euro al mese, contestato dai residenti per l'ombra sulle case. Un rione nato operaio, che ha visto le fabbriche chiudere e marcire, e che oggi ospita chi fino a fine anni Novanta non avrebbe messo piede in queste vie.
1 giorno ago
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Le gelaterie

In un rione ci si dà appuntamento in gelateria: è dove si porta il bambino dopo i giardini e dove ci si siede fuori quando in casa fa caldo.

Per decenni se lo sono tenuto le insegne di quartiere. Iglù ha lavorato in via Barbieri dal 1990 al 2025, tutta senza glutine. Il K2 fa gelato in via Creti dal 1998 e non si è mai spostato, padre e figlio dietro il bancone. 

Nel 2012 in via Tiarini arriva Titto, e all'epoca è un evento: festa d'apertura su cinque negozi insieme, ti servi da solo e paghi a peso, in pochi mesi è franchising fino a Ibiza.

Poi si muove il centro. 

Stefino, nato in via Galliera nel 1998 e premiato con i Tre Coni del Gambero Rosso, si trasferisce qui nel 2021: la Bolognina è la sua unica sede. 

Al posto di Iglù apre la Cremeria d'Azeglio, che del centro porta ancora il nome, e all'incrocio con Fioravanti si fa la fila.

Il gelato si prendeva sotto casa. Adesso in Bolognina ci si viene apposta.
Cartoline dalla Bolognina – 2026 Le gelaterie In un rione ci si dà appuntamento in gelateria: è dove si porta il bambino dopo i giardini e dove ci si siede fuori quando in casa fa caldo. Per decenni se lo sono tenuto le insegne di quartiere. Iglù ha lavorato in via Barbieri dal 1990 al 2025, tutta senza glutine. Il K2 fa gelato in via Creti dal 1998 e non si è mai spostato, padre e figlio dietro il bancone. Nel 2012 in via Tiarini arriva Titto, e all'epoca è un evento: festa d'apertura su cinque negozi insieme, ti servi da solo e paghi a peso, in pochi mesi è franchising fino a Ibiza. Poi si muove il centro. Stefino, nato in via Galliera nel 1998 e premiato con i Tre Coni del Gambero Rosso, si trasferisce qui nel 2021: la Bolognina è la sua unica sede. Al posto di Iglù apre la Cremeria d'Azeglio, che del centro porta ancora il nome, e all'incrocio con Fioravanti si fa la fila. Il gelato si prendeva sotto casa. Adesso in Bolognina ci si viene apposta.
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L'edicolante

Nel settore la chiamano portierato sociale. È la formula con cui si descrive quello che le edicole stanno diventando: non più punti vendita di giornali ma sportelli di quartiere.

Oggi in edicola si ritirano i pacchi, si pagano le bollette, si comprano biglietti dell'autobus e del treno, si attiva lo SPID, si riconsegna un libro della biblioteca, si noleggia una bici. In alcune città il Comune ha firmato convenzioni con il sindacato dei giornalai: si richiedono e si ritirano i certificati anagrafici direttamente al chiosco.
E si vendono libri. Molte edicole ne tengono ormai più delle riviste, li ordinano su richiesta, li consegnano a domicilio e ai bar. Sono diventate piccole librerie senza chiamarsi così.

Funziona per un motivo semplice: sono aperte tredici ore al giorno, sabato e domenica compresi, e dietro il bancone c'è sempre la stessa persona. In una strada dove i negozi cambiano gestione ogni due anni, l'edicolante è spesso l'unico che sta lì da venti e sa come ti chiami. È a lui che lasci la chiave, che chiedi un'informazione, che affidi il pacco per il vicino.

Non tutti la vivono bene. Un edicolante intervistato quest'anno diceva di non riconoscere più chi entra: riceve pacchi, smista pacchi, spedisce pacchi, e basta.
Intanto in Italia ne chiudono circa mille all'anno. In provincia di Bologna, tra il 2019 e il 2023, si è passati da 268 a 174.

Quando chiude un'edicola non chiude un negozio. Chiude l'ultimo posto della strada dove qualcuno ti conosce senza che tu debba comprare niente.
Cartoline dalla Bolognina — 2026 L'edicolante Nel settore la chiamano portierato sociale. È la formula con cui si descrive quello che le edicole stanno diventando: non più punti vendita di giornali ma sportelli di quartiere. Oggi in edicola si ritirano i pacchi, si pagano le bollette, si comprano biglietti dell'autobus e del treno, si attiva lo SPID, si riconsegna un libro della biblioteca, si noleggia una bici. In alcune città il Comune ha firmato convenzioni con il sindacato dei giornalai: si richiedono e si ritirano i certificati anagrafici direttamente al chiosco. E si vendono libri. Molte edicole ne tengono ormai più delle riviste, li ordinano su richiesta, li consegnano a domicilio e ai bar. Sono diventate piccole librerie senza chiamarsi così. Funziona per un motivo semplice: sono aperte tredici ore al giorno, sabato e domenica compresi, e dietro il bancone c'è sempre la stessa persona. In una strada dove i negozi cambiano gestione ogni due anni, l'edicolante è spesso l'unico che sta lì da venti e sa come ti chiami. È a lui che lasci la chiave, che chiedi un'informazione, che affidi il pacco per il vicino. Non tutti la vivono bene. Un edicolante intervistato quest'anno diceva di non riconoscere più chi entra: riceve pacchi, smista pacchi, spedisce pacchi, e basta. Intanto in Italia ne chiudono circa mille all'anno. In provincia di Bologna, tra il 2019 e il 2023, si è passati da 268 a 174. Quando chiude un'edicola non chiude un negozio. Chiude l'ultimo posto della strada dove qualcuno ti conosce senza che tu debba comprare niente.
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Ristorante Adal, via Vasari

Kidane Gaber arriva dall'Eritrea nel 1983 per studiare medicina. Si laurea nel 1986, ma nel 1990 apre un ristorante africano in via Vasari e la medicina resta sullo sfondo.

Il nome viene dal sultanato di Adal, un regno del Corno d'Africa oggi diviso fra Somalia, Etiopia, Gibuti ed Eritrea. Il menu ha la stessa ampiezza: zighnì e alicià sull'ingera, cous-cous e tagìn dal Maghreb, yassa senegalese. Il maadì si ordina in due o più e arriva su un vassoio solo: condividerlo fa parte del piatto.

Non è una curiosità esotica: come La Pagoda in via dell'Arcoveggio o Pars in via Lianori, è insieme il ritrovo di una comunità e la trattoria del quartiere.
La Bolognina non ha ricevuto l'immigrazione, è fatta di immigrazione. A Bologna vivono 62.500 stranieri, il 16%: il Navile ne conta più di tutti.

Trentasei anni in via Vasari, chiuso il lunedì. A un certo punto smetti di chiamarlo etnico: è il ristorante tipico di zona.
Cartoline dalla Bolognina – 2026 Ristorante Adal, via Vasari Kidane Gaber arriva dall'Eritrea nel 1983 per studiare medicina. Si laurea nel 1986, ma nel 1990 apre un ristorante africano in via Vasari e la medicina resta sullo sfondo. Il nome viene dal sultanato di Adal, un regno del Corno d'Africa oggi diviso fra Somalia, Etiopia, Gibuti ed Eritrea. Il menu ha la stessa ampiezza: zighnì e alicià sull'ingera, cous-cous e tagìn dal Maghreb, yassa senegalese. Il maadì si ordina in due o più e arriva su un vassoio solo: condividerlo fa parte del piatto. Non è una curiosità esotica: come La Pagoda in via dell'Arcoveggio o Pars in via Lianori, è insieme il ritrovo di una comunità e la trattoria del quartiere. La Bolognina non ha ricevuto l'immigrazione, è fatta di immigrazione. A Bologna vivono 62.500 stranieri, il 16%: il Navile ne conta più di tutti. Trentasei anni in via Vasari, chiuso il lunedì. A un certo punto smetti di chiamarlo etnico: è il ristorante tipico di zona.
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La Balena

C'è un edificio che scavalca via Stalingrado, e nel punto in cui la strada ci passa sotto la struttura si gonfia in una forma sospesa che i bolognesi hanno battezzato subito: la Balena.

Non è un capriccio decorativo, è la parte più visibile di un'idea vecchia. Il progetto si chiama Porta Europa, è dell'architetto Ettore Masi e risale al 1985: doveva ricalcare la funzione delle antiche porte medievali, cioè fare da ingresso monumentale alla città per chi arriva da nord, e come modello dichiarato guardava all'Arche de la Défense di Parigi. Nasce dentro un piano urbanistico più ampio, pensato per ridisegnare la fascia a nord del centro dove fino a poco prima c'erano fabbriche e caserme.

Fra progetto e cantiere passano venticinque anni. Il complesso diventa il quartier generale del Gruppo Unipol e comprende anche CUBO, lo spazio culturale del gruppo. Nel ventre della Balena, dal 2012, apre un ristorante: prima con lo chef stellato Marcello Leoni, poi gestito direttamente da Unipol, che dell'immobile è proprietaria.

Via Stalingrado è il margine orientale della Bolognina, e per un secolo è stata l'asse delle officine, degli scali e delle caserme. Il piano del 1985 arriva proprio mentre quel mondo sta chiudendo, e su quella stessa linea mette la sede di una compagnia assicurativa nata a Bologna nel 1962 come cooperativa.

Un simbolo che testimonia come sta cambiando il rione, un ristorante di alta fascia dove c'erano le fabbriche
Cartoline dalla Bolognina – 2026 La Balena C'è un edificio che scavalca via Stalingrado, e nel punto in cui la strada ci passa sotto la struttura si gonfia in una forma sospesa che i bolognesi hanno battezzato subito: la Balena. Non è un capriccio decorativo, è la parte più visibile di un'idea vecchia. Il progetto si chiama Porta Europa, è dell'architetto Ettore Masi e risale al 1985: doveva ricalcare la funzione delle antiche porte medievali, cioè fare da ingresso monumentale alla città per chi arriva da nord, e come modello dichiarato guardava all'Arche de la Défense di Parigi. Nasce dentro un piano urbanistico più ampio, pensato per ridisegnare la fascia a nord del centro dove fino a poco prima c'erano fabbriche e caserme. Fra progetto e cantiere passano venticinque anni. Il complesso diventa il quartier generale del Gruppo Unipol e comprende anche CUBO, lo spazio culturale del gruppo. Nel ventre della Balena, dal 2012, apre un ristorante: prima con lo chef stellato Marcello Leoni, poi gestito direttamente da Unipol, che dell'immobile è proprietaria. Via Stalingrado è il margine orientale della Bolognina, e per un secolo è stata l'asse delle officine, degli scali e delle caserme. Il piano del 1985 arriva proprio mentre quel mondo sta chiudendo, e su quella stessa linea mette la sede di una compagnia assicurativa nata a Bologna nel 1962 come cooperativa. Un simbolo che testimonia come sta cambiando il rione, un ristorante di alta fascia dove c'erano le fabbriche
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Cartoline dalla Bolognina – 2026
Carracci Casa Comune

Nell'ottobre del 2023 tre palazzine pubbliche vuote in via de' Carracci 63, a due passi dai binari, vengono occupate. Ci entrano oltre centodieci persone — età diverse, provenienze diverse, molti bambini — che il mercato della casa a Bologna aveva semplicemente espulso.

L'occupazione prende un nome: Carracci Casa Comune.
Non è un gesto improvvisato. Il percorso è accompagnato da Plat, la Piattaforma di intervento sociale che a Bologna si occupa di diritto all'abitare, e si intreccia con l'area di Laboratorio Bologna: assemblee, presidi, presenza costante in città, una trattativa tenuta aperta con l'amministrazione mese dopo mese. E dentro le palazzine si organizza una comunità che si regge da sé, decide in assemblea e gestisce lo stabile come una cosa collettiva. Da qui il nome: non "occupazione", casa comune.

Nella seconda metà di quell'anno a Bologna ci sono altre occupazioni abitative, in via Raimondi, in via di Corticella, in via San Giacomo. Finiscono tutte con uno sgombero. Qui no.

Sulle palazzine pende un sequestro e lo sgombero è annunciato, ma nel luglio 2024 arriva invece una convenzione fra Comune e Acer: gli edifici non vengono venduti, ma ristrutturati a spese pubbliche; ventiquattro appartamenti vanno alla transizione abitativa e poi assegnati per trent'anni con un bando; le famiglie entrano nelle graduatorie per la casa popolare. E intanto restano dove sono.

A Bologna un'occupazione che finisce con un riconoscimento e non con la polizia non succedeva dal 1983.

Dietro la stazione, sulle scale, restano i pezzi delle reti di ferro che sbarravano il passaggio. Non servono più: le porte le hanno aperte dall'interno.
Cartoline dalla Bolognina – 2026 Carracci Casa Comune Nell'ottobre del 2023 tre palazzine pubbliche vuote in via de' Carracci 63, a due passi dai binari, vengono occupate. Ci entrano oltre centodieci persone — età diverse, provenienze diverse, molti bambini — che il mercato della casa a Bologna aveva semplicemente espulso. L'occupazione prende un nome: Carracci Casa Comune. Non è un gesto improvvisato. Il percorso è accompagnato da Plat, la Piattaforma di intervento sociale che a Bologna si occupa di diritto all'abitare, e si intreccia con l'area di Laboratorio Bologna: assemblee, presidi, presenza costante in città, una trattativa tenuta aperta con l'amministrazione mese dopo mese. E dentro le palazzine si organizza una comunità che si regge da sé, decide in assemblea e gestisce lo stabile come una cosa collettiva. Da qui il nome: non "occupazione", casa comune. Nella seconda metà di quell'anno a Bologna ci sono altre occupazioni abitative, in via Raimondi, in via di Corticella, in via San Giacomo. Finiscono tutte con uno sgombero. Qui no. Sulle palazzine pende un sequestro e lo sgombero è annunciato, ma nel luglio 2024 arriva invece una convenzione fra Comune e Acer: gli edifici non vengono venduti, ma ristrutturati a spese pubbliche; ventiquattro appartamenti vanno alla transizione abitativa e poi assegnati per trent'anni con un bando; le famiglie entrano nelle graduatorie per la casa popolare. E intanto restano dove sono. A Bologna un'occupazione che finisce con un riconoscimento e non con la polizia non succedeva dal 1983. Dietro la stazione, sulle scale, restano i pezzi delle reti di ferro che sbarravano il passaggio. Non servono più: le porte le hanno aperte dall'interno.
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6/10
Cartoline dalla Bolognina – 2026
Via de' Carracci

Per un secolo e mezzo questa non è stata una strada, ma un retro. Quando la stazione apre nel 1864, l'attuale via de' Carracci segna già il limite nord del piazzale ferroviario: da una parte i binari, i capannoni di servizio, il deposito locomotive; dall'altra, ancora campagna. Il fronte era di là, verso piazza delle Medaglie d'Oro. 

Di qua c'era il muro.

Il piano del 1889 costruisce la Bolognina addossata proprio a quel muro, perché è la ferrovia a dare lavoro. E per la stessa ragione il rione paga: Bologna è un nodo ferroviario, e nella Seconda guerra mondiale subisce trentadue bombardamenti pesanti. La Bolognina viene colpita duramente il 24 agosto 1944.

Nel dopoguerra il lato Carracci resta quello che era: mercato ortofrutticolo, scalo merci, capannoni. Poi chiudono anche quelli, e per vent'anni il rione si ritrova davanti un grande vuoto urbano, su cui si progetta molto — c'è pure un piano di Ricardo Bofill — senza costruire niente.

Il cambio arriva con l'Alta Velocità. Fra il 2004 e il 2007, prima di costruire, si scava per capire cosa c'è: emergono una necropoli romana, una strada glareata, canalizzazioni e fornaci. Poi, dove correvano i binari 12, 13, 14 e 15, viene scavata a cielo aperto una stazione profonda ventitré metri. L'8 giugno 2013 viene inaugurata.

Chi ci abita ricorda soprattutto il rumore, le vibrazioni e la polvere di anni di cantiere. E non è finita: nel luglio 2026 sono partiti i lavori per completare l'asse Nord-Sud, atteso da vent'anni.

La strada che per centocinquant'anni ha tenuto la Bolognina dietro la ferrovia adesso ci passa sotto.
Cartoline dalla Bolognina – 2026 Via de' Carracci Per un secolo e mezzo questa non è stata una strada, ma un retro. Quando la stazione apre nel 1864, l'attuale via de' Carracci segna già il limite nord del piazzale ferroviario: da una parte i binari, i capannoni di servizio, il deposito locomotive; dall'altra, ancora campagna. Il fronte era di là, verso piazza delle Medaglie d'Oro. Di qua c'era il muro. Il piano del 1889 costruisce la Bolognina addossata proprio a quel muro, perché è la ferrovia a dare lavoro. E per la stessa ragione il rione paga: Bologna è un nodo ferroviario, e nella Seconda guerra mondiale subisce trentadue bombardamenti pesanti. La Bolognina viene colpita duramente il 24 agosto 1944. Nel dopoguerra il lato Carracci resta quello che era: mercato ortofrutticolo, scalo merci, capannoni. Poi chiudono anche quelli, e per vent'anni il rione si ritrova davanti un grande vuoto urbano, su cui si progetta molto — c'è pure un piano di Ricardo Bofill — senza costruire niente. Il cambio arriva con l'Alta Velocità. Fra il 2004 e il 2007, prima di costruire, si scava per capire cosa c'è: emergono una necropoli romana, una strada glareata, canalizzazioni e fornaci. Poi, dove correvano i binari 12, 13, 14 e 15, viene scavata a cielo aperto una stazione profonda ventitré metri. L'8 giugno 2013 viene inaugurata. Chi ci abita ricorda soprattutto il rumore, le vibrazioni e la polvere di anni di cantiere. E non è finita: nel luglio 2026 sono partiti i lavori per completare l'asse Nord-Sud, atteso da vent'anni. La strada che per centocinquant'anni ha tenuto la Bolognina dietro la ferrovia adesso ci passa sotto.
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7/10
Cartoline dalla Bolognina – 2026
Dentro il Sacro Cuore

Dall'esterno è una mole che si vede dai treni. Dentro, la sorpresa è che non c'è nessuna delle cose che ci si aspetta da una chiesa grande: niente navate laterali, niente colonne, niente file di pilastri che accompagnano lo sguardo verso l'altare. C'è un'unica aula. Cinquantadue metri dalla porta al fondo dell'abside, ventinove di larghezza media, e sopra la testa la croce della cupola a sessanta metri.

È una scelta precisa. Edoardo Collamarini disegna il progetto nel 1897 su una pianta centrale, con riferimenti dichiarati a Santa Sofia di Costantinopoli e allo stile neobizantino del Sacré-Cœur di Montmartre: siamo nel pieno dell'eclettismo di fine Ottocento, quando le chiese nuove si costruiscono citando l'Oriente cristiano invece del gotico. L'assemblea non è incolonnata, è raccolta sotto un vuoto.

I lavori partono nel 1901 e vanno per gradi: il tempio apre al culto nel 1912, e le decorazioni interne arrivano solo fra il 1913 e il 1914. Da lì si legge la stratigrafia. Il ciborio è disegnato dallo stesso Collamarini, gli affreschi dell'abside sono di Domenico Ferri, il trittico scultoreo dell'altare maggiore è di Arturo Orsoni. Il trittico dipinto di Leopoldo Perucchi porta la data del 1915, l'anno in cui la chiesa diventa parrocchia autonoma per servire un rione che nel frattempo si era riempito.

Poi il crollo della cupola nel 1929, il rifacimento concluso nel 1935, i danni del bombardamento del 1943 e la ricostruzione fino al 1947: quello che si guarda oggi ha quattro età diverse. Le uniche cose davvero antiche sono due opere lignee ai lati del presbiterio, un bassorilievo con la Madonna e un Crocifisso databili fra Cinque e Seicento, arrivate qui da altrove.

La prima parte a essere completata fu la cripta, nel 1903. Le prime case popolari della Bolognina sono del 1908: qui la chiesa è arrivata prima delle case.
Cartoline dalla Bolognina – 2026 Dentro il Sacro Cuore Dall'esterno è una mole che si vede dai treni. Dentro, la sorpresa è che non c'è nessuna delle cose che ci si aspetta da una chiesa grande: niente navate laterali, niente colonne, niente file di pilastri che accompagnano lo sguardo verso l'altare. C'è un'unica aula. Cinquantadue metri dalla porta al fondo dell'abside, ventinove di larghezza media, e sopra la testa la croce della cupola a sessanta metri. È una scelta precisa. Edoardo Collamarini disegna il progetto nel 1897 su una pianta centrale, con riferimenti dichiarati a Santa Sofia di Costantinopoli e allo stile neobizantino del Sacré-Cœur di Montmartre: siamo nel pieno dell'eclettismo di fine Ottocento, quando le chiese nuove si costruiscono citando l'Oriente cristiano invece del gotico. L'assemblea non è incolonnata, è raccolta sotto un vuoto. I lavori partono nel 1901 e vanno per gradi: il tempio apre al culto nel 1912, e le decorazioni interne arrivano solo fra il 1913 e il 1914. Da lì si legge la stratigrafia. Il ciborio è disegnato dallo stesso Collamarini, gli affreschi dell'abside sono di Domenico Ferri, il trittico scultoreo dell'altare maggiore è di Arturo Orsoni. Il trittico dipinto di Leopoldo Perucchi porta la data del 1915, l'anno in cui la chiesa diventa parrocchia autonoma per servire un rione che nel frattempo si era riempito. Poi il crollo della cupola nel 1929, il rifacimento concluso nel 1935, i danni del bombardamento del 1943 e la ricostruzione fino al 1947: quello che si guarda oggi ha quattro età diverse. Le uniche cose davvero antiche sono due opere lignee ai lati del presbiterio, un bassorilievo con la Madonna e un Crocifisso databili fra Cinque e Seicento, arrivate qui da altrove. La prima parte a essere completata fu la cripta, nel 1903. Le prime case popolari della Bolognina sono del 1908: qui la chiesa è arrivata prima delle case.
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Cartoline dalla Bolognina – 2026
La casa in Bolognina

Se si guarda la Bolognina dall'alto si capisce subito una cosa: qui vive un pezzo di città molto più grande di quanto lo spazio lasci immaginare. 

Sono 36.681 persone, più della metà dell'intero quartiere Navile e quasi un decimo di tutta Bologna. La densità lo dice meglio di qualunque descrizione: fra i 97 e i 120 abitanti per ettaro, contro una media cittadina di 28. Nei punti più compressi la Bolognina è affollata quanto il centro storico.

Ci si è arrivati in due tempi. Prima gli isolati chiusi del piano del 1889, quattro piani più il solaio, costruiti sul filo della strada con il cortile dentro. Poi, dal dopoguerra, il modello si rovescia: l'edificio si stacca dalla strada, si pianta in mezzo al lotto e sale fino a otto piani. Dove stavano otto famiglie ne stanno molte di più.

Il risultato sono più di ventimila abitazioni, terza zona di Bologna per numero dietro San Vitale e Mazzini. E sono le più piccole della città: 82 metri quadri di media, contro i 108 di Santo Stefano e i quasi 150 dei Colli.

Piccole, però, non vuol più dire economiche. A luglio 2026 nella zona Bolognina-Arcoveggio-Navile si chiedevano in media 3.522 euro al metro quadro, il nove per cento in più rispetto all'anno prima. La media cittadina sta sopra i 3.800: il rione non è più il posto dove si risparmia, è appena sotto la media.

Del resto lo spazio libero, qui, non c'è mai stato. Il Comune scrive che è difficile arrivare a una dotazione adeguata di verde e di scuole. E i redditi mediani più bassi di tutta Bologna si registrano in due sole zone: questa e San Donato.

Le case più piccole della città, nel rione dove si guadagna meno, oggi costano il nove per cento in più di un anno fa
Cartoline dalla Bolognina – 2026 La casa in Bolognina Se si guarda la Bolognina dall'alto si capisce subito una cosa: qui vive un pezzo di città molto più grande di quanto lo spazio lasci immaginare. Sono 36.681 persone, più della metà dell'intero quartiere Navile e quasi un decimo di tutta Bologna. La densità lo dice meglio di qualunque descrizione: fra i 97 e i 120 abitanti per ettaro, contro una media cittadina di 28. Nei punti più compressi la Bolognina è affollata quanto il centro storico. Ci si è arrivati in due tempi. Prima gli isolati chiusi del piano del 1889, quattro piani più il solaio, costruiti sul filo della strada con il cortile dentro. Poi, dal dopoguerra, il modello si rovescia: l'edificio si stacca dalla strada, si pianta in mezzo al lotto e sale fino a otto piani. Dove stavano otto famiglie ne stanno molte di più. Il risultato sono più di ventimila abitazioni, terza zona di Bologna per numero dietro San Vitale e Mazzini. E sono le più piccole della città: 82 metri quadri di media, contro i 108 di Santo Stefano e i quasi 150 dei Colli. Piccole, però, non vuol più dire economiche. A luglio 2026 nella zona Bolognina-Arcoveggio-Navile si chiedevano in media 3.522 euro al metro quadro, il nove per cento in più rispetto all'anno prima. La media cittadina sta sopra i 3.800: il rione non è più il posto dove si risparmia, è appena sotto la media. Del resto lo spazio libero, qui, non c'è mai stato. Il Comune scrive che è difficile arrivare a una dotazione adeguata di verde e di scuole. E i redditi mediani più bassi di tutta Bologna si registrano in due sole zone: questa e San Donato. Le case più piccole della città, nel rione dove si guadagna meno, oggi costano il nove per cento in più di un anno fa
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Cartoline dalla Bolognina – 2026
Il Fondo Comini

È un parco di quartiere come tanti: un ingresso su via Fioravanti, l'altro su via del Battiferro, i giochi, il campetto, le panchine. La storia interessante non è come è nato, ma chi lo tiene in piedi.

Per anni il nome girava male. Nelle cronache ci finiva per le aggressioni e per lo spaccio; nelle recensioni online era il parco "lasciato andare". Chi ci portava i bambini raccontava di alberi caduti e mai rimossi, giochi scrostati, e fra i rifiuti da terra vetri rotti, bottiglie, una volta perfino la lama di un coltello. Il posto dove si passa in fretta e non ci si ferma.

Eppure dentro il parco, dal 1997, c'è la Casa di Quartiere Fondo Comini, nata come centro sociale anziani e diventata negli anni un'altra cosa senza smettere di essere quella: ginnastica e ballo, ma anche doposcuola, italiano per donne straniere, teatro inclusivo, e le colazioni solidali con le Cucine Popolari, che qui al Battiferro hanno aperto la loro prima sede in città.

Nel 2021 alcune madri che frequentavano il parco hanno cominciato a pulirlo per conto proprio. Si sono date un nome, Spazza Comin, e una volta al mese raccolgono e ridipingono. Da lì è partita una trattativa lunga con il quartiere: aiuole, cancelli, un progetto portato al bilancio partecipativo.

Nel frattempo il parco si è riempito. D'estate ci sono le crescentine della domenica e Comini Espress, la rassegna che da giugno a settembre porta concerti e presentazioni. 

Nel maggio del 2025 ci si sono ritrovate diverse centinaia di persone per un'assemblea pubblica sul futuro del rione.

Il proprietario del parco non è mai cambiato: è pubblico. È cambiato chi ci passa il sabato mattina con la scopa.
Cartoline dalla Bolognina – 2026
Il Fondo Comini

È un parco di quartiere come tanti: un ingresso su via Fioravanti, l'altro su via del Battiferro, i giochi, il campetto, le panchine. La storia interessante non è come è nato, ma chi lo tiene in piedi.

Per anni il nome girava male. Nelle cronache ci finiva per le aggressioni e per lo spaccio; nelle recensioni online era il parco "lasciato andare". Chi ci portava i bambini raccontava di alberi caduti e mai rimossi, giochi scrostati, e fra i rifiuti da terra vetri rotti, bottiglie, una volta perfino la lama di un coltello. Il posto dove si passa in fretta e non ci si ferma.

Eppure dentro il parco, dal 1997, c'è la Casa di Quartiere Fondo Comini, nata come centro sociale anziani e diventata negli anni un'altra cosa senza smettere di essere quella: ginnastica e ballo, ma anche doposcuola, italiano per donne straniere, teatro inclusivo, e le colazioni solidali con le Cucine Popolari, che qui al Battiferro hanno aperto la loro prima sede in città.

Nel 2021 alcune madri che frequentavano il parco hanno cominciato a pulirlo per conto proprio. Si sono date un nome, Spazza Comin, e una volta al mese raccolgono e ridipingono. Da lì è partita una trattativa lunga con il quartiere: aiuole, cancelli, un progetto portato al bilancio partecipativo.

Nel frattempo il parco si è riempito. D'estate ci sono le crescentine della domenica e Comini Espress, la rassegna che da giugno a settembre porta concerti e presentazioni. 

Nel maggio del 2025 ci si sono ritrovate diverse centinaia di persone per un'assemblea pubblica sul futuro del rione.

Il proprietario del parco non è mai cambiato: è pubblico. È cambiato chi ci passa il sabato mattina con la scopa.
Cartoline dalla Bolognina – 2026 Il Fondo Comini È un parco di quartiere come tanti: un ingresso su via Fioravanti, l'altro su via del Battiferro, i giochi, il campetto, le panchine. La storia interessante non è come è nato, ma chi lo tiene in piedi. Per anni il nome girava male. Nelle cronache ci finiva per le aggressioni e per lo spaccio; nelle recensioni online era il parco "lasciato andare". Chi ci portava i bambini raccontava di alberi caduti e mai rimossi, giochi scrostati, e fra i rifiuti da terra vetri rotti, bottiglie, una volta perfino la lama di un coltello. Il posto dove si passa in fretta e non ci si ferma. Eppure dentro il parco, dal 1997, c'è la Casa di Quartiere Fondo Comini, nata come centro sociale anziani e diventata negli anni un'altra cosa senza smettere di essere quella: ginnastica e ballo, ma anche doposcuola, italiano per donne straniere, teatro inclusivo, e le colazioni solidali con le Cucine Popolari, che qui al Battiferro hanno aperto la loro prima sede in città. Nel 2021 alcune madri che frequentavano il parco hanno cominciato a pulirlo per conto proprio. Si sono date un nome, Spazza Comin, e una volta al mese raccolgono e ridipingono. Da lì è partita una trattativa lunga con il quartiere: aiuole, cancelli, un progetto portato al bilancio partecipativo. Nel frattempo il parco si è riempito. D'estate ci sono le crescentine della domenica e Comini Espress, la rassegna che da giugno a settembre porta concerti e presentazioni. Nel maggio del 2025 ci si sono ritrovate diverse centinaia di persone per un'assemblea pubblica sul futuro del rione. Il proprietario del parco non è mai cambiato: è pubblico. È cambiato chi ci passa il sabato mattina con la scopa.
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Una sequenza di immagini scelte nel tempo. Il modo più immediato per capire come guardo

CARTOLINE DALLA BOLOGNINA

Passeggiata tra le strade della bolognina, i suoi strati e i suoi contrasti.

Derive

Brevi storie parallele

APPROCCIO

Parto sempre da qualcosa di concreto – un edificio abbandonato, una faccia segnata o un oggetto che sta scomparendo. Non cerco immagini che illustrino una tesi: faccio il percorso inverso. Mi fermo davanti a ciò che è fisicamente presente e scavo, risalendo la catena economica, storica, sociale fino alle forze più grandi che hanno prodotto ciò che vedo. 

Il principio è semplice: il particolare non illustra l’universale, lo contiene. Ogni luogo, ogni oggetto, ogni persona porta dentro di sé più storia di quanta ne mostri – sedimentata negli intonaci, nelle crepe, nelle rughe o nella distanza tra le persone.

È in quella distanza che lavoro. La tensione tra chi abita uno spazio e le forze che lo trasformano non si legge nelle grandi narrazioni – si legge nei dettagli. 
La fotografia è lo strumento che uso per fermare quel momento di contrasto, per rendere visibile ciò che la quotidianità ha reso invisibile. 

Fotografare, per me è prima di tutto un gesto emotivo. Di amore per ciò che si sta perdendo, di rabbia per le trasformazioni silenziose che nessuno nomina, di tristezza per quello che resiste senza che nessuno lo veda davvero. La macchina fotografica è strumento neutro, il fotografo no, il suo scatto è un atto di partecipazione. Per questo la fotografia è, ancora oggi, l’ultima testimone imparziale

BOLOGNINA

Una passeggiata tra gli strati di un quartiere popolare, vivo delle persone che lo abitano e delle storie ordinarie che scorrono al di là della cronaca.
Tra i palazzi cooperativi e cantieri, fabbriche abbandonate e nuove piazze.